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Resto sempre colpita quando post di facebook datati riprendono improvvisamente vita, anche diversi anni dopo, grazie alle condivisioni. Facilmente, la funzione “hai ricordi da condividere” che rimette ogni utente (volente o nolente) faccia a faccia con il suo passato social, ha certamente un peso: se una bella frase/contenuto, già condiviso in precedenza, ancora per l’oggi è vissuto come particolarmente calzante, verrà ricondiviso (e via cosi… all’infinito?).
Ora, credetemi: quel che è certo, prima di tutto, è che chi fa il mio mestiere deve fronteggiare un problema/indagine, riguardo alla veridicità o meno di news riproposte ma datate, superate (a volte anche smentite, di lì a poco), che improvvisamente comunque si riattivano e trovano un’audience incredibile, magari mesi se non addirittura anni dopo, con quel che ne consegue ad alimentare la cattiva informazione, di cui tutti oggi facciamo le spese, su ogni tema. E’ parimenti innegabile, però, che talvolta questo ricondividere post passati assume invece un valore totalmente diverso per alcuni contenuti, che giustappunto ritrovano verità, anzi, addirittura si fortificano, più passa il tempo. Devo ringraziare un collaboratore, in primis amico di vecchia data e cavaliere di livello, per avermi segnalato l’innescarsi di una ricondivisione in questo novembre 2021, da parte di molte persone, riguardo ad un vecchio post datato 2020.
Si tratta di un contenuto messo in circolazione su facebook in origine dall’amazzone francese Virginie Lanchais Chalumeau, un anno fa (18 novembre 2020) e riguardante un pensiero del cavaliere olandese Albert Voorn, oggi sessantacinquenne, argento individuale ai Giochi Olimpici del 2000 a Sydney (Australia). Ma leggiamo in traduzione italiana quanto riportato dal suddetto post (parole di Voorn):
“Coloro che gareggiano oggi vogliono tutto contemporaneamente: ottenere il massimo risultato, con il minimo sforzo. I cavalieri sono sempre più viziati. I giovani concorrenti, e spesso addirittura le ragazze, mostrano rabbia e aggressività contro il cavallo. Il cavallo ha smesso di essere tuo compagno e amico? Le persone non hanno sangue freddo. Spesso il cavallo viene utilizzato a fine giornata per riversarvi l’aggressività accumulata.
Un altro aspetto che suscita shock è la mancanza di rispetto da parte di genitori e allenatori dei giovani cavalieri. Ai ragazzi un tempo non importava chi fosse il loro allenatore. Anche se i genitori hanno fatto un buon lavoro, i figli non ascoltano.. Mettono indebite pressioni sui bambini. Quanti di questi ragazzi rimarranno nello sport da grandi?
Tutti questi problemi sono tipici indipendentemente dal livello di allenamento degli atleti. E non vedo alcuna soluzione. Dopotutto, gli sport equestri moderni sono solo una questione di soldi. Quando hai i soldi, puoi comprarti un cavallo, comprare un allenatore e un posto al Global Champions Tour”.
Pensate: i contenuti riproposti nel succitato post del 2020 risalgono addirittura ad un’intervista a Voorn del 2018 da parte del magazine britannico Horse & Hound (clicca qui per leggerla): estrapolata dal contesto due anni dopo in facebook, come qui ricostruito, a quanto l’olandese allora ha dichiarato va ad aggiungersi: “Albert ha affermato che il problema è mondiale e colpisce i cavalieri a tutti i livelli”. “Dobbiamo accontentare il cliente. Ci dicono cosa fare e questo è quel che è totalmente sbagliato in questo sport”. “Le persone che già con fatica riescono a stare in sella su un cavallo ma vogliono comunque saltare dovrebbero essere bannate”. “Nessuno ne parla, tutti vogliono che tutti siano felici, ma il momento è adesso, devo parlare”. “È uno sport bellissimo, tantissime persone si divertono, ma dobbiamo farlo bene e dobbiamo assicurarci che la sofferenza che i cavalli attraversano sia la minore possibile. Questo dovrebbe essere l’obiettivo“.
Fenomeno social a parte (ma sempre interessante comprenderlo in fondo, per il tempo in cui viviamo), non servono ulteriori commenti circa il fatto che, per il comune sentire equestre, c’è (ancora oggi) tanta verità in queste dichiarazioni, e dunque ben venga comunque la ricondivisione delle pungenti e stimolanti affermazioni di Voorn.
Il punto però è: nonostante lui, dall’indiscutibile esperienza ed espostosi a denunciare una bruttissima e preoccupante china del mondo equestre (già nel 2018) pure a mezzo stampa (i social sono arrivati dopo), ad oggi nulla è cambiato e nulla cambia. Eppure a centinaia a condividere il suo messaggio, oggi come ieri, tutti d’accordo con lui: qualcosa di serio proprio non va per gli sport equestri. Ma se davvero si (era) è d’accordo, a cosa serve continuare ad urlare a gran voce contro un sistema / una società e, in particolare, versus gli allievi di oggi (uguali a quelli di tre anni fa?). Tutto ciò non dovrebbe far come minimo riflettere anche sul modus operandi degli istruttori e sul loro fallimento (piaccia o non piaccia ammetterlo)?
Diciamolo: moltissimi trainer appaiono / si presentano come già arrivati, sulla linea della pretesa di non dover insegnare quasi nulla per una sorta di proprietà – chimica? – transitiva/scienza infusa, ergendosi parimenti a fenomeni, spacciandosi per sempre capacissimi ed abilissimi nel difficile “mercato” a moltiplicare come d’incanto le proprie capacità ad ogni livello e in ogni ambito (istruttore, cavaliere, commerciante, addestratore, domatore, risolutore di problemi comportamentali, psicologo, madre-padre vicario, veterinario, influencer e marketer di se stesso…”non ho bisogno di nessuno: I’m a very self made man”): ma se davvero si è in grado di ispirarsi a quanto indicato da Voorn, significa anche che, come istruttori e addestratori (dei cavalli come dei loro cavalieri), si è prima di tutto sul campo sempre tentando di insegnare/trasmettere, talvolta pure sbagliando, con l’umiltà di imparare anche dai propri errori. L’infallibilità non esiste, in nessun ambito, e forse è proprio questo il primo insegnamento da trasmettere con l’esempio, valorizzando poi tutti i propri allievi, anche al di là dei risultati attesi. Poche pretese, spesso solo sbagliando s’impara, non è una novità. Con il loro insegnamento, gli istruttori davvero capaci di guidare, ossia di educare (nel senso etimologico di e-educere ossia trarre, condurre; promuovere, sviluppare e affinare) sono e saranno solo quelli in grado, prima di tutto, di incarnare quel che davvero agli allievi vogliono trasmettere. In loro, somma dovrebbe essere l’attenzione al perseguimento dello sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, morali di una persona nella relazione col compagno di sport, il cavallo, soprattutto se di giovane età.
A scapito della sempre possibile perdita di clienti (ma alcuni meglio perderli che trovarli, come indicato da Voorn stesso), forse è dunque davvero l’ora di impegnarsi davvero ad individuare e valorizzare l’incomparabile significato educativo dello sport a cavallo (l’unico sport che ha un partner vivente e non fa differenze di genere, tra maschi e femmine), pratica che può davvero far crescere eticamente, anche senza chissà quali “danari” a foraggiare quella che comunque, senza buone basi e al di là delle pretese/aspettative egoiche, diverrà e presto a tutti apparirà come mediocrità agonistica se “non c’è vera storia/sostanza”, anche col migliore cavallo, con il connivente (e a quel punto imbarazzato/imbarazzante) silenzio dell’istruttore/trainer/guida-mental coach del caso. I cavalli non fanno sconti a nessuno, si sa. Altrimenti, spiace, ma allora, parimenti, dobbiamo anche arrivare ad ammettere una buona volta che sono tutte fandonie quelle riguardanti le politiche di crescita di questo sport, dell’equitazione per tutti, ecc. ecc. Molti vi arrivano, troppi lasciano, con buona pace dei cavalli. Sic est.
Qualcosa deve cambiare: forse si deve solo lavorare per EDUCARE DAVVERO, per valorizzare questo sport per tutti, cavalli e allievi, nel modo GIUSTO, nel rispetto del cavallo in primis; e, con una buona dose di coscienza critica riguardo alle effettive possibilità/capacità da ambo le parti, con una costante di umiltà, sia da allievi (ed annessi genitori), sia da istruttori: mai si smette di imparare sbagliando, a tutti i livelli, avendo sempre di mira il prodigarsi e il gioire insieme per ogni minimo passo avanti, per qualunque binomio, in ogni gara. Checchesenedica, il Ferrari bisogna saperlo comunque guidare, da parte di cavalieri e annessi trainer: diversamente, s’ingrana anche il cavallo più qualitativo: innumerevoli sono gli esempi.
Non ci si limiti dunque a condividere “come non ci fosse un domani” belle frasi di top rider solo perché li per li fan comodo: “fan bel vedere”, “danno un tono”, certo, ma ricordate che parimenti impegnano, riguardo ai propri compiti ed obiettivi. Non ci sono colpevoli: la responsabilità è di tutti, istruttori come allievi, se le cose son sempre ferme lì, dove indicato come problema da Voorn tre anni fa (di certo non per colpa dei cavalli che si utilizzano); possiamo forse sperare di tornare al passato, quando c’erano in giro molti meno equidi dalla genealogia sempre e comunque affidabile, sebbene poi rivelatisi talentuosi, per quanto eccentrici/stralunati? Con loro comunque alcuni cavalieri e trainer si sono dimostrati veramente, ma veramente capaci; o no?
(20/11/2021) © B.Scapolo – riproduzione riservata; foto archivio © A.Benna / EqIn