15 novembre 2025 #news
Negli ultimi giorni è emersa una rilevante (e problematica) contrapposizione tra l’avvocata animalista Giada Bernardi e l’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani), a partire da un’intervista della prima (apparsa su corriere.it), e una successiva replica ufficiale dell’associazione veterinaria, firmata da Marco Melosi, presidente dell’associazione. Presentiamo qui i temi della recente querelle e cerchiamo quindi di trarre delle considerazioni dall’accaduto, dato il ruolo fondamentale che gli animali rivestono nelle vite di molti: un invito per tutti alla riflessione riguardante sia chi preserva e cura, sia chi parimenti protegge e tutela l’essere vivente “inerme” e “senza altra voce” da quella umana.
In un’intervista di Serena Palumbo apparsa su Corriere.it, l’Avv. Bernardi, fondatrice dello studio legale GiustiziAnimale, ha descritto il suo impegno per gli animali principalmente con queste parole: “li difendo come fossero persone.” (cit. Corriere.it). Senza ovviamente nulla togliere alla sua attività, il dibattito (e la replica) si è innescato a partire prima dalla puntualizzazione per la quale il sistema giuridico italiano sia costruito su una contraddizione, ovverosia quella secondo la quale «per il codice penale gli animali sono esseri viventi», ma «restano res, ovvero cose», e poi un dito chiaramente puntato versus la categoria dei medici veterinari.
Le parole dell’Avv. Bernardi certamente mettono in luce la frustrazione di chi, come lei, chiede un riconoscimento giuridico più forte e diretto degli animali, da considerare non solo come soggetti di reato ma come “vite da tutelare” in modo intrinseco; ciò significa che, in caso di reato (maltrattamento, uccisione, abbandono), la Legge italiana oggi tutela certamente e direttamente l’animale mentre, in materia civile (ad esempio, malasanità veterinaria) la tutela è indiretta: secondo Bernardi, in certi casi oggi si difende più chi “guarda” il dolore (ossia, tradotto, i veterinari), molto meno chi lo subisce direttamente (animali e proprietari).
Sono parole “dure” che non potevano cadere nel vuoto: la replica non è infatti tardata. L’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani) ha risposto formalmente attraverso Marco Melosi, presidente dell’associazione, che, nel suo intervento (Anmvi Oggi) ha puntualizzato:
Rigettando l’idea che i veterinari considerino gli animali “cose”. Melosi afferma che, per i medici veterinari, gli animali «non lo sono mai stati»: al contrario, rappresentano «una vita in cura». Questo è un punto forte della replica: ribadisce che la professione veterinaria si fonda sul prendersi cura di esseri viventi, non di oggetti.
Facendo appello alla Costituzione. L’ANMVI ricorda che, dal 9 marzo 2022, l’articolo 9 della Costituzione è stato modificato (+ info: clicca qui) per includere una tutela esplicita degli animali. Il nuovo testo recita: «La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Questo passaggio, secondo le parole di Melosi, fornisce una base giuridica solida per un’azione lungimirante di tutela animale, non semplicemente una visione sentimentale.
Contestando la visione semplificata della malasanità veterinaria. Melosi riconosce l’importanza di denunciare gli errori veterinari, ma invita a non generalizzare o trasformare ogni criticità in un discredito totale della categoria. Ribadisce che una prospettiva più equilibrata è necessaria: sì alla responsabilità, ma anche al riconoscimento del valore professionale e sanitario del veterinario.
Un progresso giuridico è possibile?
Non sono poche le implicazioni sottese a questo recente botta/risposta tra Bernardi e Melosi. Va sottolineato che l’associazione veterinaria considera la modifica costituzionale del 2022 come un passo significativo: non solo simbolico, ma applicabile concretamente tramite leggi statali che definiscono “i modi e le forme” di tutela degli animali. Va da sé che le parti (avvocati e veterinari) dovrebbero farsi interlocutori attivi: non solo una parte difensiva di categoria, ma costruttiva, per tradurre l’astratto principio costituzionale in norme e tutele efficaci, in questo caso per il bene degli animali.
La modifica dell’articolo 9 non è solo un riconoscimento morale, ma pone gli animali come soggetti che lo Stato deve proteggere attivamente. Con la replica, l’ANMVI non nega che ci siano casi di malasanità, ma avverte contro un discorso che riduca la categoria a “criminali” tout court, affermando che il veterinario è anche, e prima di tutto, un garante sanitario della vita animale. Il richiamo alla “Legge dello Stato” nel nuovo articolo 9 apre la strada a normative specifiche che potrebbero rafforzare la tutela legale degli animali, anche in ambito civile, ben oltre le punizioni penali già esistenti.
In conclusione, la controversia tra Giada Bernardi e l’ANMVI non è solo una disputa retorica: è espressione di una difficoltà reale su come l’Italia dovrebbe giuridicamente concepire e tutelare gli animali tramite i suoi professionisti (avvocati e veterinari), data la loro importanza a tutti i livelli. Da un lato, Bernardi spinge per una tutela radicale che riconosca pienamente la loro soggettività; dall’altro, l’ANMVI risponde ribadendo la dignità della professione veterinaria e sostenendo che il cambiamento costituzionale offre attualmente una strada concreta per tutelare gli animali in modo serio e legislativamente efficace.
Non serve dunque una difesa corporativa fine a se stessa, ma un argomento motivato su base costituzionale e professionale. In questo senso, il messaggio non è semplicemente noi veterinari non facciamo del male, ma noi veterinari rispettiamo e lavoriamo per il bene della vita animale, abbiamo un ruolo fondamentale, e vogliamo che la legge rispecchi questa responsabilità. Parimenti, per gli avvocati come Bernardi impegnati sul fronte tutela animale, il messaggio non è semplicemente voglio punire chi fa del male agli animali, ma gli animali hanno diritto a essere riconosciuti come soggetti di tutela piena, e la legge deve garantire loro protezione concreta, non solo simbolica.
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