La buona mano del cavaliere, tra assetto ed equilibrio

 



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Una mano “gentile” nel contatto con la bocca del cavallo non è un dono del cielo che alcuni cavalieri ed amazzoni ereditano, ed altri/e no. Piuttosto, una mano morbida è il risultato finale a cui conduce la pratica dell’equitazione ortodossa. Per questo non si improvvisa, ma va ricercata e quindi ottenuta con lavoro e attenzione.


E’ noto che le azioni delle mani del cavaliere si trasmettono per mezzo delle redini sull’imboccatura arrivando quindi alla bocca del cavallo; consentono di trattenere e far indietreggiare l’animale, ma anche di farlo ingaggiare. La relazione che si stabilisce tra le mani del cavaliere e la bocca del cavallo è biunivoca, perché ad ogni azione della mano corrisponderà o meno il relativo appoggio del cavallo; se il contatto è preciso e delicato, sommato ad opportuno lavoro/ingaggio del treno posteriore, l’appoggio verrà di conseguenza; se è forte, grossolano, scostante, altrettanto pesante e difficile sarà un contatto positivo sull’imboccatura. Tutto ciò è più facile a dirsi che a realizzarsi…

Per il cavaliere, una “buona mano” è figlia della qualità del suo assetto e della perfezione del suo equilibrio; a questo va a sommarsi l’obbedienza e la regolarità del cavallo, se si guarda dall’altra parte delle redini. Le due parti devono raggiungere un livello di eccellenza affinché sia possibile cogliere vera armonia.

Premesse
Affinché possa darsi un buon contatto, è necessario come punto di partenza un cavaliere ormai fine, ossia consapevole nell’utilizzo degli aiuti, delle mani prioritariamente; dall’altro lato, servirà un cavallo dalla bocca non rovinata, cioè ricettivo e sensibile; in primis non spaventato dalla mano stessa, e quindi non riottoso. Inoltre, affinché il cavallo rispetti le sottili indicazioni di una mano fine, è necessario:

1. Che capisca cosa gli si sta chiedendo;
2. Che abbia acquisito l’abitudine a corrispondere a tale o talaltra richiesta;
3. Che voglia obbedire, ora;
4. Che il suo fisico gli permetta di rispondere adeguatamente.

Il primo e il secondo punto riguardano le doti, l’intelligenza del singolo cavallo, sommata a quella del cavaliere. L’intelligenza del cavallo è anche genetica (ogni soggetto, come accade tra gli uomini, può essere più o meno ricettivo, curioso e “sveglio”), ma la qualità di partenza può sempre essere migliorata attraverso l’allenamento; al tempo stesso, anche il cavallo più sensibile, disponibile ed intelligente può esser stato “rovinato” da brutte esperienze passate. Ci si trova quindi a fronteggiare, su diversi livelli, il problema del corretto apprendimento a fronte di ogni singolo equide. Se poi con lui sta imparando anche il cavaliere, eh beh, il piano di lavoro per il binomio si complica, non poco.

Non tutti i cavalli imparano velocemente. Certi cavalli sono, e alcuni restano, molto “infantili” o immaturi: si divertono a giocare e, in maniera direttamente proporzionale, non amano molto il lavoro, sostanzialmente costituito, anche per gli equidi, da fatica e ripetitività. Altri non sono molto acuti, assimilano lentamente. Pertanto, un buon cavaliere/addestratore aumenterà gradualmente la difficoltà nel training, per stimolare opportunamente l’intelligenza del cavallo in debita considerazione delle sue capacità di partenza. Perché ovviamente, se il cavallo non capisce cosa vogliamo da lui, difficilmente potrà corrisponderci al meglio.

D’altro canto, non si dimentichi che un cavallo può magari comprendere perfettamente cosa gli stiamo chiedendo, ed essere anche disponibile ad eseguire, ma magari in quel momento può non essere fisicamente in grado di farlo. Per scarso allenamento, insufficiente condizione fisica, problemi non palesi di salute/mancanza di mezzi/risorse fisiche – ma anche in seguito a traumi psichici -, semplicemente può trovarsi in una situazione che non gli permette hic et nunc di essere in grado di eseguire ciò che gli si chiede, pur essendo magari capacissimo e, di conseguenza, opporsi/difendersi. Il cavaliere/trainer deve dunque individuare i limiti di ogni cavallo che monta, ed astenersi dal chiedergli cose magari anche apparentemente “normali”, ma lì per lì effettivamente difficili per quel soggetto, impossibilitato per mille ragioni, tutte da vagliare; talvolta basta lavorare seriamente e progressivamente, con molta pazienza, per superare alcune difese, riottosità e difficoltà che molto spesso il cavallo manifesta non per una reale mancata disponibilità, ma anche per impedimenti fisici/di allenamento: la fretta è sempre cattiva consigliera, anche e soprattutto per la buona equitazione.

Quasi ogni “brutto” o inesistente contatto (“contro la mano”: testa alta, che sbatte, ganasce contratte, strappi alle redini ecc. ecc.), si muove in generale nell’ambito dei punti analizzati qui sopra e il più delle volte trova una causa in ciascuno di essi.

Il risultato finale raggiungibile in termini di morbidezza del contatto è sempre influenzato dall’allenamento svolto dal binomio. Quel che va osservato è che i cavalli ben lavorati ed addestrati mantengono un buon contatto anche in situazioni difficili, come durante un percorso di salto di alto livello, mentre quelli meno preparati perdono questa risposta quando le circostanze sono nuove, complesse o stressanti, sia per loro, sia, ovviamente, per i cavalieri.

Solitamente, quando si vedono in azione cavalieri dalla “mano veramente fine” si può osservare come, da un lato, questi si trovino ad ottenere una risposta più rapida e precisa dai loro cavalli, ad ogni minima azione della loro mano. Dall’altro lato, la qualità della loro monta gli permette di “toccare” meno la bocca. Il risultato finale ed evidente è che nella pratica di una buona e corretta equitazione la mano manca sempre di preminenza: in altri termini, è l’ultima cosa a cui pensare.

A prescindere dalla mano
Se il cavaliere rimane sempre centrato ed equilibrato in sella sicuramente farà a meno della mano per bilanciare se stesso e il cavallo, evitando così tutti i propri squilibri che si riflettono sul cavallo stesso. Maggiore sarà la preparazione fisica per rendere più stabili e attivi i posteriori sotto la massa, minore sarà la necessità che il cavallo avrà di trovarsi a riaggiustare di continuo la posizione della sua testa (quest’ultima è infatti considerabile come una sorta di “timone” del corpo equino in movimento); parallelamente e di conseguenza, sarà più costante e dolce l’azione delle redini sulla sua bocca. Per ciò che riguarda il salto, si otterrà così “meno mano” nell’avvicinamento e più continuità e scorrevolezza nell’oltrepassare l’ostacolo.

Troviamo quindi due elementi mobili, che sono la mano del cavaliere e la bocca del cavallo, uniti attraverso redini e imboccatura, con elementi mobili meno sensibili (che tuttavia producono rigidità e cambiano gli angoli, complicando a loro volta il tutto), quali il collo e la flessione del collo. È fondamentale rendersi conto che qualsiasi movimento all’indietro del cavaliere in sella è potenzialmente dannoso, specie se improvviso ed importante – come sdraiarsi all’indietro tirando le redini per limitare un’azione propulsiva in avanti: non è la mano a rallentare il cavallo, ma l’insieme dell’assetto ed equilibrio del suo cavaliere, sommati all’azione delle gambe (mai costantemente addosso al cavallo, ma utilizzate sapientemente solo quando servono). Non si dimentichi che quando il cavallo è sottoposto ad uno stress fisico o psicologico, se non addirittura al dolore, il suo istinto primario è e resta quello di fuggire. Nel rapporto mano-bocca, ogni volta che si verifica un eccesso di trazione delle redini vi è sempre la possibilità di scatenare, anche involontariamente, il suo istinto di fuga: è dunque necessario lavorare a fondo affinché questo non debba mai accadere.

Un buon cavaliere dovrà mirare ad ottenere:
– Una posizione equilibrata e centrata in sella.
– Una seduta stabile: fissa, ma allo stesso tempo capace di adattarsi al movimento, nelle tre diverse andature.
– Un equilibrio perfetto: la mano è libera e non ha bisogno di aggrapparsi da nessuna parte.
– Il tronco eretto ma allo stesso tempo sciolto, senza tensione.
– Le azioni di mani e gambe con spostamenti minimi.

Un cavallo ben allenato mostrerà:
– Minime variazioni di ritmo. Se esistono, sempre progressive, mai brusche e solo su richiesta del cavaliere.
– Facilità nella riunione o comunque sempre un buon equilibrio.
– Costanza e facilità nel mantenere la testa nella stessa posizione, con poche variazioni. la sua vista dovrebbe subire il minor numero di cambiamenti possibili.
– Capacità di mantenere costante la tensione delle redini, senza “strappi” o tentativi di sottrarsi al contatto.

Cosa s’intende per buona posizione della mano?
Le mani sono ovviamente collegate alle braccia, ai gomiti, alle spalle e alla schiena, quindi possono presentarsi una serie di tristi eventi a cascata sulla bocca del cavallo se si danno delle rigidità o asimmetrie nelle parti del corpo ivi indicate. Ancora una volta, si deve pensare a stare seduti ben dritti in sella, come se qualcuno tirasse le spalle del cavaliere verso l’alto; in sella, è importante poi mantenere il peso su entrambe le cosce. In un modo classicamente corretto, il gomito dovrebbe essere morbido e piegato per “sentire la bocca” e gestire il contatto lungo le redini.

Molti cavalieri mantengono le braccia molto dritte e rigide e spesso ciò deriva dalla loro tensione o dalla sensazione di montare un cavallo “forte in bocca”. Tuttavia, avendo il braccio dritto, bloccato, non è possibile sviluppare un contatto elastico, morbido e costante. Quindi, prima di tutto controllate i gomiti: se sono morbidi, e comodamente toccano la parte esterna della vita (è lì che dovrebbero stare, vicino ai fianchi). Questa posizione rende possibile alla mano la migliore corrispondenza ai movimenti della testa del cavallo, aiutando a mantenere un contatto costante: ricordate che non c’è di peggio per un cavallo del trovarsi continuamente svuotato e poi ripreso sul ferro/imboccatura…

Come cavalieri, nel proprio piccolo, l’obiettivo primario dev’esser quello di arrivare ad ottenere una mano amica nei confronti della bocca di ogni cavallo; per farlo, l’unico modo è lavorare instancabilmente sul miglioramento del proprio assetto ed equilibrio. Non a caso, molti sono i trainer che ribadiscono la necessità di avere una mano libera da continue chiamate, alzate, sussulti, strappi e tutti quei movimenti bruschi ed improvvisi che troppo spesso si vedono nei campi gara, ogni weekend; serve una mano che si limiti a mantenere il contatto, indicando e suggerendo. È ciò di cui il cavallo ha bisogno per avere piena fiducia nel suo cavaliere: alla costruzione di questo rapporto si deve lavorare, come mostrano tutti i veri fuoriclasse.

© B.Scapolo – riproduzione riservata; bibliografia: Sally Swift, “Centered Riding. Equilibrio del corpo e consapevolezza interiore di uomo e cavallo”; “The rider’s Hands : theeverydayequestrian.co.uk/; foto in copertina © A.Benna