19 gennaio 2021 #focus
È un dato di fatto, per quanti siano i negazionisti o i “superficialotti” che ancora non prendono sul serio questo problema, da anni ormai presente e denunciato a più riprese da diverse fonti scientifiche, non solo dai cosiddetti “ambientalisti”: nel nostro pianeta, i cambiamenti climatici potrebbero diventare irreversibili se il permafrost presente nell’Artico continuerà a sciogliersi ai ritmi attuali e a liberare, di conseguenza, grandi quantità di gas a effetto serra. Stando alle ultime stime della comunità scientifica preposta a questi controlli, se non verrà intrapresa alcuna azione di riparazione o contenimento, tutto il permafrost presente sul nostro Pianeta potrebbe sciogliersi e scomparire definitivamente.
Prima di procedere con l’approfondimento specificamente dedicato al ruolo degli equidi, serve una fondamentale premessa per i più scettici (ed anche, diciamolo, per coloro ancor oggi veramente poco informati su queste tematiche ambientali): ossia per quelli che ancora sostengono, limitandosi “alla lettera” e al dato sensibile di volta in volta avvertito, che vede i nostri inverni comunque freddi (e dunque per costoro non c’è nessun “riscaldamento” globale): non tutto è così semplice da capire, non tutto è come di primo acchito appare o “descritto” dalla parola “riscaldamento”!
Anche quando il freddo e il maltempo si prolungano per settimane, il riscaldamento globale c’entra, dato che tra le dirette conseguenze è censito proprio un aumento di frequenza degli eventi meteo estremi, intesi sia nel senso di intensi (grandi ondate di calore, forti temporali, alluvioni, neve e ghiaccio per lungo tempo) sia nel senso di opposti, con l’alternanza di lunghi periodi caldi e secchi ad altri molto perturbati e piovosi, non meno che rigidi e particolarmente freddi, non meno che violenti e improvvisi (alluvioni dovute a precipitazioni che, in termini di quantità d’acqua rilasciata, sono concentrati in poche ore/giornate).
Ma che cos’è esattamente il permafrost? Con questo termine inglese (in italiano permagelo), si designa un terreno tipico delle regioni fredde come quelli esistenti nell’estremo nord dell’Europa, nella Siberia e nell’America settentrionale dove la superficie è sempre ghiacciata (non necessariamente con presenza di masse di acqua congelata), e dovrebbe esser “normalissimo” questo loro status. “Recenti ricerche hanno osservato che se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare, le temperature del permafrost potrebbero innalzarsi di quasi 4 gradi centigradi. E questo provocherebbe lo scioglimento della metà di tutto il permafrost presente sul nostro Pianeta. Una prospettiva agghiacciante per la salute del nostro ecosistema!” (cit. lifegate.it).
Per i cambiamenti climatici e il loro controllo, vi è tuttavia una grande novità in positivo, connessa, pare… ai grandi erbivori!
Questo ruolo che appare centrale per salvare il nostro clima riguarda cavalli selvatici, renne, bufali e bisonti ed è stato scoperto dai ricercatori dell’Università di Amburgo. Secondo gli studiosi, infatti, “ripopolare con mandrie di animali da pascolo i terreni caratterizzati da permafrost potrebbe rallentarne significativamente la perdita. Lo studio su questo argomento è stato da poco pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
“Per realizzare la ricerca è stato monitorato il cambiamento del permafrost nei pressi di Chersky, una città a nord-est della Russia, un luogo in cui mandrie di cavalli selvatici, renne e bisonti si sono ormai insediate da oltre vent’anni. In inverno, in questi luoghi, il permafrost raggiunge temperature di -10 gradi centigradi e, con le abbondanti nevicate, si crea uno spesso strato di neve che riesce a isolare il terreno dall’aria gelida, mantenendolo relativamente caldo. Ma quando questo manto nevoso viene compresso dal movimento delle mandrie, e in particolare dalla compressione dei loro zoccoli, il suo effetto isolante si riduce drasticamente, intensificando, quindi, il congelamento del permafrost”.
“Con le sperimentazioni i ricercatori hanno dimostrato che, quando cento animali da pascolo ripopolano un’area di un Km quadrato circa, dimezzano anche l’altezza media della copertura nevosa, favorendo, di conseguenza, il processo di congelamento del permafrost sul terreno. Per capire se questo effetto potesse essere riprodotto per tutti i terreni di questo tipo dell’Artico, il team di ricercatori ha messo a punto un modello climatico in grado di simulare questo processo su larga scala”.
Se si ricorresse al ripopolamento delle mandrie dei grandi erbivori, il permafrost si riscalderebbe solo di 2 gradi centigradi, ossia del 44% n meno rispetto a ciò che sta avvenendo. E in questo modo, secondo i calcoli dei ricercatori, l’apporto dei grandi erbivori sarebbe sufficiente a preservare l’80% degli attuali terreni di permafrost.
Utopico reinsediare mandrie di animali selvatici in tutte le aree dove il permafrost è presente nell’emisfero settentrionale? forse sì, forse no. Abbiamo equidi “programmati” per queste latitudini e climi estremi, quale loro naturale habitat. Lo studio dimostra come la presenza di branchi di animali selvatici potrebbe rivelarsi una misura importante per rallentare la perdita di permafrost e, in questo modo, evitare il conseguente rilascio delle enormi scorte di anidride carbonica nell’atmosfera.
Così fosse, sarebbe un traguardo che la natura ci offrirebbe gratuitamente per riparare AI NOSTRI DANNI AL PIANETA, che l’uomo dovrebbe essere in grado di utilizzare per il benessere dell’intero ecosistema.
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