11 gennaio 2019 #focus
Cavalli domestici liberati sull’altopiano di Livno, in Bosnia Erzegovina, quando la carestia si faceva sentire. I contadini speravano sopravvivessero e potessero quindi tornare ad essere utilizzati nei campi in periodi migliori. Col passare del tempo però questi equidi si sono completamente inselvatichiti: attualmente, il loro numero non è inferiore alle 400 unità.
Non sono stati l’industrializzazione, lo sviluppo economico e la possibilità di permettersi dei mezzi meccanici – come si potrebbe credere – a determinare il destino di questi animali. Lo racconta Mario Jozić all’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa che proprio a Livno è tornato a vivere nel 1994.
“I primi cavalli diventati selvaggi – Kalaša – non sono, come si pensa, cavalli di cui i contadini non avevano più bisogno e che quindi lasciavano liberi. Esisteva piuttosto la prassi, quando la fame bussava alle porte e non c’era da mangiare nemmeno per i figli, di liberare le bestie, sperando di non doverle macellare”. Questi cavalli “liberati”, se sopravvivevano, rimanevano sempre vicini alle stalle e alle case. “Finché dai camini usciva il fumo e le loro orecchie captavano voci umane non si allontanavano. Quasi sempre, appena le circostanze lo permettevano, il padrone si riprendeva il cavallo se ancora in forze e capace di lavorare”.
“I primi cavalli divenuti selvaggi furono quelli che non avevano più un posto dove tornare. Figli orfani delle loro famiglie umane. Nella seconda metà degli anni Sessanta intere famiglie in cerca di un futuro migliore lasciarono la loro terra natia. Spesso si trasferivano sulla costa dalmata oppure in Germania, Nuova Zelanda, Australia e America del Nord. “I loro cavalli furono i primi a dover cercare una vita altrove. La trovarono proprio tra la montagna Cincar e gli altopiani di Krug. E sono di tutti e di nessuno. Peggio di così non poteva essere”, conclude il suo racconto Mario che ha con questi animali un rapporto molto intenso. Infatti, di questo sensazionale fenomeno – unico da queste parti del vecchio continente ma raro anche nel resto dell’Europa – di loro non si occupa formalmente nessuno, ad eccezione di Mario e i suoi “rider”: da molti anni infatti assieme al gruppo di motociclisti “I lupi di Livno”, di cui fa parte, si occupa della loro gestione. “Soprattutto in inverno e nei giorni di caldo torrido e della ‘siccità alla bosniaca’”, sottolinea lui.
I Kalaša della Bosnia Erzegovina stanno attirando molti curiosi e turisti. tuttavia, non mancano le preoccupazioni in merito. Jozić sa benissimo quanto sia positivo che questa risorsa del territorio venga valorizzata, ma queste libere iniziative private, non promosse e gestite da nessun ente turistico possono essere potenzialmente molto pericolose. Gruppi chiassosi di turisti aggirantisi per gli altopiani, intenti a fotografare il tutto senza un minimo di precauzioni, dando anche cibo assolutamente non adatto a questi animali, sono solo alcuni degli aspetti critici. I Kalaša sono comunque selvaggi, non bisogna dimenticarlo.
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© Redaz.; – riproduzione riservata; fonte: balcanicaucaso.org; – foto in copertina: i cavalli di Livno credits: © Mario Jozić