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A partire dal 1º luglio, l’Equestrian Federation statunitense (USEF) ha introdotto un’importante innovazione nel proprio sistema antidoping: l’inclusione dei test sul crine del cavallo tra le metodologie di controllo. Questa decisione è stata presa in risposta a segnalazioni da parte dei membri dell’organizzazione, preoccupati che alcuni cavalieri stessero abusando di sostanze proibite per ottenere vantaggi competitivi a scapito della salute e del benessere degli animali. Ma cosa racconta il crine di un cavallo? Molto più di quel che pensiamo. Cerchiamo di capire insieme dove e cosa la ricerca scientifica oggi arriva ad interpretare con certezza.
Il test sul crine rappresenta una tecnologia in grado di rilevare farmaci e composti che possono facilmente sfuggire ai tradizionali test su sangue e urina. Tra questi, vi sono anche sostanze estremamente dopanti come i barbiturici, che nei cavalli si possono riscontrare, tipicamente, solo in casi di eutanasia.
A gestire questo tipo di analisi per la USEF è Industrial Laboratories Co. Inc. con sede ad Arvada, in Colorado. Il laboratorio è diretto da Petra Hartmann, esperta in tossicologia forense e test antidroga, nonché membro dell’Association of Official Racing Chemists. La struttura ha una lunga esperienza nell’analisi di crini equini per le corse dei cavalli e anche nei cani sportivi (in particolar modo nei levrieri). Applicherà gli stessi rigorosi protocolli ai campioni provenienti dalle competizioni USEF di ogni sport equestre, a partire da questo luglio.
Secondo Hartmann, solo nel settore delle corse vengono analizzati ogni anno oltre 20.000 campioni di crine, un volume tale da giustificare l’esistenza di un’intera area del laboratorio dedicata esclusivamente a questo tipo di test, soprannominata internamente “il salone” (the salon).
Il processo di analisi è meticoloso e richiede tempo. In media, un campione impiega circa due settimane lavorative per essere completamente elaborato: sette giorni per il primo screening e altri sette per eventuali conferme in caso di risultati sospetti. L’analisi del crine, infatti, è molto più manuale e laboriosa rispetto a quella di sangue e urina. Dal punto di vista tecnico, l’indagine non si limita a rilevare la presenza di una generica classe di farmaci. Ogni sostanza viene identificata con precisione, in modo che il risultato finale sia scientificamente e legalmente difendibile. Non verrà mai indicato soltanto “barbiturico”, ma sempre il nome esatto del composto rilevato.
Uno degli aspetti più interessanti di questa tecnologia è la sua capacità di risalire nel tempo. La lunghezza del crine analizzato determina infatti quanto a lungo è possibile “guardare indietro”. Più lungo è il crine, più lontano nel tempo si può andare. Alcuni campioni di crini della coda, sezionati in laboratorio, hanno permesso di rilevare sostanze risalenti a 12 o persino 18 mesi prima. Non è però possibile risalire con precisione al giorno esatto della somministrazione: la crescita del crine è influenzata da fattori come stagione, alimentazione e genetica. Tuttavia, è possibile stimare il periodo di esposizione con un margine d’errore di circa 3–5 giorni.
In ambito sportivo, la preferenza è generalmente per il crine della criniera, poiché cresce in modo più regolare e presenta minori rischi di contaminazione. Il crine della coda può contenere tracce fecali o metaboliti naturali che interferiscono con i risultati, ed è anche più fastidioso da estrarre per l’animale. Tuttavia, in caso di criniere tagliate o tosate, anche la coda resta una valida opzione.
I test sul crine non sono pensati per monitorare l’uso di farmaci terapeutici legittimi, ma per identificare sostanze che non dovrebbero mai essere presenti in un cavallo da prestazione o in qualsiasi cavallo (o cane sportivo). Questo è anche uno dei motivi per cui la USEF non aveva finora integrato questa metodologia nei propri controlli: l’indagine ad alto livello sportivo doveva essere SICURA per trattamenti medici leciti e adatta, con certezza, solo ad identificare abusi mirati e gravi. Diversamente, onde evitare confusioni, bastavano le analisi antidoping standard (prelievi sangue, urine).
Un altro aspetto importante è la trasparenza del processo analitico. I campioni vengono raccolti in modo anonimo, sigillati e identificati solo con un numero. Nessuna informazione sul cavallo o sul proprietario viene comunicata al laboratorio, per garantire imparzialità. Il crine viene prima lavato per eliminare contaminazioni esterne, poi essiccato, polverizzato grazie a microsfere ceramiche, e infine sottoposto a un processo di estrazione chimica che concentra eventuali residui di farmaci. Il materiale così trattato viene analizzato con un cromatografo liquido con spettrometria di massa tandem, lo standard d’eccellenza nei test anti doping. Il sistema quindi identifica velocemente i campioni “puliti” e quelli sospetti. Se un campione risulta dubbio, viene sottoposto a un secondo test di conferma, mirato sulla sostanza individuata nello screening iniziale. Tutto il processo, pur complesso, è estremamente affidabile e controllato.
Dal punto di vista economico, i test sul crine hanno un costo paragonabile a quello dei test su sangue e urina. Il prezzo può variare in base all’ampiezza dell’analisi richiesta, ai tempi di risposta e alla frequenza dei risultati positivi. Inoltre, molti laboratori statunitensi forniscono gratuitamente i kit di raccolta e, in alcuni casi, coprono anche le spese di spedizione.
Nonostante l’interesse crescente, le analisi del crine non sono generalmente disponibili per privati negli USA, ad esempio per controlli pre-acquisto (visite di compravendita, ecc.). Gli standard di accreditamento vietano infatti di accettare campioni inviati da privati cittadini, per evitare un uso improprio della tecnologia, come esperimenti per testare i limiti dei laboratori. I laboratori seri e accreditati accettano solo campioni provenienti da enti regolatori ufficiali, per proteggere l’integrità del sistema.
In definitiva, l’adozione dei test sul crine da parte della USEF rappresenta un passo importante verso una maggiore tutela del cavallo e della trasparenza sportiva. Anche se per molti nel mondo dell’agonismo equestre questa è una novità, si tratta di una pratica ampiamente consolidata nel settore degli animali da sport. Hartmann sottolinea che, nonostante le comprensibili preoccupazioni iniziali, si tratta di una metodologia solida, seria e scientificamente affidabile, gestita da professionisti altamente qualificati che hanno piena consapevolezza dell’impatto dei loro risultati.
Diciamocelo, “non ci voleva poi molto”: da tempo, in umana, il test del capello è pratica rodata e affidabile in tutto il mondo per ogni ulteriore e specifica verifica delle autorità sull’assunzione di droghe o altre alterazioni in merito a persone indagate. Non vale dunque in questo caso il ritornello musicale, “tormentone” di Raimondo Vianello, “non è un capello ma un crine di cavallo”. Perché invece è esattamente la stessa cosa, oggi, per la scienza e per chi davvero vuole andare a fondo e combattere ogni illecito.
(23 luglio 2025) © B.Scapolo; – Riproduzione Riservata; fonte principale: chronofhorse.com/; foto © EqIn