La controversa figura di Josef Neckermann, campione del dressage



24 aprile 2020 #focus



Era il 7 settembre del 1972 e a Monaco di Baviera avevano luogo i giochi della 20^ Olimpiade. Il giorno precedente la tranquillità delle manifestazioni sportive era stata scossa dal sanguinoso attentato terroristico che rese l’evento tristemente famoso. In un’atmosfera pesante lo sfarzo barocco del palazzo di Nymphenburg contribuì però ad allontanare lo spettro delle tensioni, dando spazio alla grazia delle competizioni equestri. In questa cornice si sfidarono le nazionali del dressage a squadre.


Quell’anno a vincere furono i russi mentre l’argento per la Germania Ovest venne conquistato da Liselott Linsenhoff, Karin Schlüter e Josef Neckermann, quest’ultimo una vera e propria leggenda del dressage internazionale tra gli anni Sessanta e Settanta: vincitore di sei medaglie olimpiche, tra le quali appunto l’argento a squadre ed il bronzo individuale a Monaco. Queste furono le ultime premiazioni olimpiche del cavaliere teutonico, ma la sua carriera poteva già contare su una doppia vittoria nei mondali del 1966, individuale e a squadre, nonché su quattro vittorie ai campionati europei.

Josef Neckermann (1912-1992) non fu solo un campione del dressage con più di 300 vittorie, ma vale ancora oggi come esempio di una delle tante vite segnate da sfide, cadute e risalite, in quello che per molti fu una vita segnata da colpe e connivenze.

Il giovane Neckermann, fin dall’infanzia appassionato di equitazione, dovette abbandonare qualsiasi velleità sportiva per dedicarsi all’azienda di famiglia, secondo il volere del padre. Dopo l’instaurazione del governo nazista vide come molti altri giovani le ammalianti opportunità di carriera del partito al potere e vi aderì. Il primo beneficio di questa tragica scelta fu il riavvicinamento all’equitazione, grazie al reclutamento nel corpo di cavalleria dell’organizzazione paramilitare SA, che per questa specialità fece particolare attività di reclutamento nei circoli equestri.

Neckermann poté in breve trarre altri profitti, questa volta in favore degli interessi imprenditoriali, con l’acquisizione di aziende “arianizzate”, ossia espropriate ad ebrei. Durante la guerra contribuì poi come industriale allo sforzo bellico, abbastanza per determinare un’indelebile implicazione da parte dell’imprenditore nel regime nazista. Finita la guerra non rimaneva tuttavia molto dei vantaggi raggiunti, un’azienda distrutta e una condanna per fiancheggiamento, portarono l’industriale ad un anno di galera.

Si trattava di ricominciare e come in tutta la Germani il processo di “denazificazione” mirava sia a fare i conti con le colpe dei singoli, ma anche ad aprire la strada ad un nuovo inizio. In questo clima trovò posto anche Neckermann, il quale colse la rinnovata possibilità di ricominciare con un’azienda di spedizioni, che presto diventò uno dei simboli del miracolo economico tedesco degli anni Cinquanta e Sessanta. Malgrado il lavoro frenetico di quel periodo, il fumo, un infarto e la cessione dell’azienda, riuscì a ritornare alla passione di sempre, il dressage.

Già nel 1960 ottenne il bronzo olimpico a Roma, nel 1964 a Tokyo l’oro a squadre e l’anno successivo un altro oro a squadre agli europei di Copenaghen. Dopo una carriera agonistica con ben 333 competizioni vinte, l’addio al rettangolo del dressage arrivò ad Aachen nel 1981 tra la commozione della folla. A fianco della carriera personale Neckermann non tralasciò l’impegno per lo sport in generale e attraverso uno sforzo costante nella beneficenza, che gli valse l’appellativo di “questuante della nazione”, riuscì a racimolare ingenti somme per il sostegno degli atleti tedeschi.

Questa storia non differisce da molte altre che potrebbero essere narrate per uno sport che su suolo tedesco ha visto nascere i più grandi campioni della disciplina, ma la figura controversa di Josef Neckermann, tra implicazione con il nazismo, i successi equestri e l’impegno sociale, offre un particolare spunto di riflessione. Se da una parte è doverosa la riflessione sugli opportunismi e sul peso delle colpe di una vita, emerge ancora una volta la grande forza riabilitante dello sport, che lontano dalla parzialità politica, mette a nudo le capacità di una persona.

© Antonio Sforarcchi – riproduzione riservata; foto Pinterest