“L’unico sopravvissuto del massacro di Custer”, così recita la descrizione di una fotografia del 1876 che ritrae in primo piano un possente cavallo sullo sfondo di un attendamento militare. Al suo fianco un soldato nella tipica giubba blu dell’esercito statunitense, mentre tiene per la cavezza il destriero in posa per l’obbiettivo, contribuisce a contestualizzare la scena.
Come accennato qualche giorno fa (+ info: clicca qui), l’apertura degli archivi della World Digital Library può riservare delle piacevoli sorprese agli appassionati di storia equestre, tra queste appunto è emersa la straordinaria vicenda di Comanche: “l’unico” sopravvissuto alla famosa battaglia di Little Big Horn (25-26 giugno 1876).
L’episodio risale alla sanguinosa e triste campagna promossa dal governo americano per il confinamento dei nativi americani nelle riserve. La resistenza bellicosa, capeggiata da figure come Toro Seduto e Cavallo Pazzo, portarono alla vittoria della forza combinata di Lakota (Sioux), Cheyenne e Arapahodei su un manipolo di cavalleria. Parte del 7th Cavalry Regiment venne infatti annientata e con essa cadde anche il suo iconico comandante, il generale George Armstrong Custer.
In seguito allo scontro furono numerose le voci di sedicenti sopravvissuti del manipolo di Custer, ma sin dall’inizio fu uno solo ad essere riconosciuto come l’unico superstite. Fra i soldati massacrati sulle colline tra il Montana ed il Wyoming, un castrone di razza mista ferito fu recuperato. Si chiamava Comanche ed era il fidato destriero del capitano Myles Keogh, ufficiale la cui carriera militare fece tappa perfino in Italia, dove combatté nelle fila delle truppe papali contro le truppe sabaude, e passo attraverso la sanguinosa Guerra civile americana. In sella a Comanche affrontò la sua ultima battaglia. Il cavallo venne recuperato e divenne la mascotte del reggimento. In questa veste venne immortalato dal fotografo John C.H. Grabill, la cui collezione di 188 scatti depositati alla Libreria del Congresso è fonte preziosa per immagini del vecchio West.
Comanche sopravvisse fino al 1891 a distanza di pochi mesi dalla morte, in un altro sanguinoso scontro con gli Indiani, del soldato Gustave Korn, che lo aveva recuperato dal campo di battaglia e che per 15 anni l’aveva affettuosamente accudito nel reggimento. Il cavallo ricevette un funerale con tutti gli onori militari. Il suo corpo tuttavia non venne inumato, bensì fu inviato all’Università del Kansas, dove la pelle venne sottoposta a tassidermia. Il preparato fu esposto anche all’EXPO di Chicago de 1893, tutt’oggi può essere ammirato al Natural History Museum dell’Università (potete ammirarlo nella foto sotto).
Così finisce l’avventurosa esistenza di questo straordinario cavallo e guardando ancora una volta la sua unica immagine in vita (che riportiamo in copertina) ci piace pensare che il soldato ritratto vicino a Comanche sia proprio Gustave, il suo ultimo fraterno compagno.
© Antonio Sforacchi; riproduzione riservata; foto in copertina: di John C.H. Grabill © Library of Congress U.S.A.; foto all’interno dell’articolo: © Biodiversity Institute & Natural History Museum • 1345 Jayhawk Blvd., Lawrence, Stato del Kansas (U.S.A.); Fonti principale articolo: Frederic C. Wagner III, Participants in the Battle of the Little Big Horn. A Biographical Dictionary of Sioux, Cheyenne and United States Military Personnel, 2d ed., Jefferson and London (2015).