“Senza allevatori, niente cavalli. Senza cavalli, niente sport”
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In una serie di interventi, Dirk Willem Rosie – ex caporedattore di diverse testate equestri olandesi (Horses.nl , In de Strengen, Het Sportpaard, Paardenkrant ) per anni all’interno del KWPN (Royal Dutch Warmblood Studbook), caporedattore di In de Strengen, Het Sportpaard, Paardenkrant, Horses.nl, oggi direttore/Managing Director di HorseTelex, – richiama con forza l’attenzione sulla necessità di riconoscere e valorizzare il lavoro degli allevatori di cavalli sportivi in tutto il mondo. Un messaggio che riguarda da vicino anche l’Italia, non meno che l’intero sistema equestre europeo. Facciamo il punto su una questione calda, che solleva importanti riflessioni.
Nelle sue due prese di posizione ri-pubblicate su Horses.nl, Dirk Willem Rosie mette nero su bianco ciò che, secondo lui, oggi è ormai sotto gli occhi di tutti nel mondo equestre: il sistema sportivo vive grazie agli allevatori, ma non restituisce loro valore in modo adeguato. Il consenso sul problema è ampio, sostiene Rosie, ma il punto critico è un altro: ora servono azioni concrete, non solo dichiarazioni d’intenti.
Nel dettaglio: Rosie sottolinea come l’intera filiera – allevatori, cavalieri, commercianti, federazioni e organizzatori – sia ormai consapevole della crisi strutturale dell’allevamento sportivo. I costi aumentano, i margini si riducono e il rischio rimane quasi completamente a carico di chi alleva. Tuttavia, nonostante l’accordo generale sul fatto che “così non si può andare avanti”, le soluzioni tardano ad arrivare. Questo immobilismo è pericoloso perché lo sport equestre lavora su cicli lunghi: i cavalli che oggi competono ai massimi livelli sono il frutto di decisioni prese 8–10 anni fa. Le mancate decisioni di oggi si tradurranno quindi, inevitabilmente, in una carenza di cavalli di qualità nel futuro prossimo.
Questo punto è condiviso anche da molti rappresentanti della filiera allevatoriale, che da tempo avvertono come il ricambio generazionale stia rallentando, molti piccoli allevatori stiano riducendo o cessando l’attività e il cavallo sportivo rischi di diventare un prodotto sempre più elitario. Questo problema trova oggi riscontro e consenso tra i principali Studbook europei e nei loro rappresentanti, tra cui vengono frequentemente citati contesti come SWB (Swedish Warmblood), Selle Français, studbook belgi e tedeschi, oltre a numerose associazioni allevatoriali nazionali.
Per uscire dall’immobilismo, pochi giri di parole, Rosie è ancora più diretto: devono arrivare premi per gli allevatori (fokkerspremies).
Non si tratta, chiarisce, di un bonus simbolico o di un riconoscimento morale, ma di uno strumento strutturale per riequilibrare il sistema.
L’idea è semplice ma importante: quando un cavallo ottiene risultati sportivi o genera valore economico, una parte di quel valore dovrebbe tornare all’allevatore che lo ha prodotto. Oggi, nella maggior parte dei casi, questo non avviene o avviene in misura minima, mentre: il cavallo cresce di valore nello sport, i premi gara aumentano e il mercato si muove su cifre sempre più elevate.
Senza un ritorno economico, avverte Rosie, l’allevamento sportivo diventa insostenibile, soprattutto per le realtà medio‑piccole che comunque costituiscono l’ossatura del sistema europeo.
Perché questo riguarda anche l’Italia
Il messaggio di Rosie non è limitato ai Paesi “leader” dell’allevamento come Paesi Bassi, Belgio o Germania. Riguarda direttamente anche l’Italia, dove molti allevatori lavorano in scala ridotta, l’attività è spesso sostenuta più dalla passione che da una vera sostenibilità economica e il riconoscimento ufficiale del ruolo dell’allevatore è ancora marginale.
Molti cavalli nati in Italia ottengono risultati sportivi importanti solo dopo essere passati sotto bandiere o sistemi esteri, senza che l’allevatore originario benefici realmente di quel successo. In questo senso, l’assenza di meccanismi strutturati di premi agli allevatori penalizza doppiamente il sistema italiano: economicamente e in termini di continuità generazionale.
Il punto più forte delle riflessioni di Rosie è forse il più semplice, riassunto nel titolo: senza allevatori, niente cavalli; senza cavalli, niente sport. Se allevare cavalli sportivi diventa un’attività economicamente insostenibile le conseguenze dirette (a cui già assistiamo) sono la diminuzione del numero di allevatori e la riduzione della base genetica; senza contare che aumentano anche i costi di accesso allo sport e il modello diventa elitario e fragile. Non è un problema teorico, né lontano nel tempo: è una questione strutturale che riguarda il presente, e che deve essere affrontata ora se si vuole garantire un futuro allo sport equestre – in Europa come in Italia.
Rosie conclude con un appello chiaro: il consenso c’è, adesso serve agire. Inserire premi agli allevatori nei regolamenti sportivi, riconoscere formalmente il loro ruolo nella comunicazione e redistribuire parte del valore generato dallo sport non è un favore, ma un investimento nella sopravvivenza dell’intero sistema, perché il cavallo sportivo non nasce in campo gara, ma in allevamento. E dimenticarlo significa compromettere tutto ciò che viene dopo.
(21 aprile 2026) © B.S.; riproduzione riservata; fonti principali: horses.nl; horsetelex.com; foto: © A.B./EqIn

















