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Cavalli che vogliono vincere – Confessioni di un cavaliere fallito

Cavalli che vogliono vincere - Confessioni di un cavaliere fallito
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18/12/2021 #nonètutt’oro

Annuncio creato il 29/03/2022 19:12

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Di recente mi sono imbattuto in un post su Facebook che ha molto attirato la mia attenzione. Nel breve scritto, a firma di Umberto Martuscelli, si tocca un tema che da tempo avrei voluto trattare su questa rubrica: i cavalli sportivi scelgono di svolgere le loro performance agonistiche, vogliono farlo, oppure vi sono costretti dall’uomo?

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Proverò allora, dopo alcune considerazioni, a dare una possibile risposta a questa domanda. Per prima cosa, vediamo di riassumere brevemente i fatti.

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Nel citato post, Martuscelli compie alcune considerazioni riguardo Explosion W, il cavallo vincitore dell’ultima edizione della Top 10 Final di Ginevra, sotto la sella del cavaliere britannico Ben Maher. Il giornalista descrive, con il linguaggio poetico ed evocativo che lo contraddistingue, ciò che, a suo modo di vedere, Explosion comunicherebbe non solo al proprio cavaliere, ma addirittura allo spettatore che osservasse il binomio in azione: la consapevolezza di ciò che deve fare, cioè vincere la gara, e perfino la volontà di farlo.

Subito il dibattito si accende nei commenti: i più condividono le considerazioni di Martuscelli, e alcuni descrivono anche le proprie esperienze personali che confermano questa visione delle cose. C’è però anche un’altra posizione, un’altra visione, che non concorda con quella espressa nel post. Il dissenso nasce sostanzialmente dalla considerazione che i cavalli, per la loro conformazione anatomica, non hanno la possibilità di comprendere cosa sia una “gara”, cosa voglia dire “vincere”, e così via. E se non possono comprenderlo, come potrebbero mai “volerlo”? Secondo i fautori di questa seconda posizione, decisamente meno poetica della prima, il cavallo farebbe ciò che fa esclusivamente perché condizionato, cioè in qualche modo “obbligato” dal cavaliere, a farlo. Nessuna scelta dunque, ma solo un comportamento automatico, meccanico, del cavallo, frutto di uno specifico “addestramento”.

A questo proposito, vi propongo la lettura di un breve estratto dalle primissime pagine del libro Questioni equestri, capolavoro di quello che è considerato uno dei più grandi Maestri dell’equitazione di tutti i tempi, il Generale Alexis-Francois l’Hotte, il cui lavoro ha ispirato in modo determinante l’equitazione moderna.

“Qualunque sia l’impiego cui è destinato il cavallo in addestramento, il punto di partenza della sua obbedienza è uno solo. Non potrebbe evidentemente trovarsi nel desiderio di esserci gradito, e ancor meno nell’adempimento del dovere. Risiede unicamente nell’istinto di conservazione dell’animale, che lo porta ad evitare il dolore, rispondendo all’avvertimento che proviene dagli agenti che possono provocarlo e, all’occorrenza, lo produrrebbero fino all’ottenimento dell’obbedienza. I nostri mezzi di dominio non hanno altra base”.

Consapevolezza dunque? Volontà?. No, l’ecuyer francese è molto chiaro: evitamento del dolore, l’istinto che è alla base del cosiddetto “rinforzo negativo”, ovvero il tipico meccanismo di addestramento/condizionamento del cavallo da sella. È molto semplice: ti creo un fastidio, qualcosa che non ti piace, e lo intensifico fino a che tu – cavallo – non fai ciò che io – cavaliere – ho deciso. Nel momento in cui lo fai, tolgo il fastidio. Ad esempio, se voglio ottenere che un cavallo passi dall’alt al passo, esercito una pressione con le gambe (fastidio), e nel momento in cui il cavallo parte al passo (comportamento desiderato) smetto immediatamente la pressione. In questo modo il cavallo assocerà la partenza al passo al cessare della pressione delle gambe, e imparerà che quello è il sistema per “togliersi il fastidio”. Semplice? Si. Poetico? Non molto.

A questo punto voglio condividere con voi alcune riflessioni sul tema, che derivano dalla mia esperienza di cavaliere di salto ostacoli.

Sono d’accordo con Umberto Martuscelli quando dice che “il cavaliere sente le cose che si possono sentire solo stando in sella, e che quindi sono impossibili da percepire per chi in sella a quel cavallo non è”, “impressioni, sensazioni, percezioni sempre pienamente credibili, legittime, veritiere: perché nessuno può capire un cavallo meglio di chi quel cavallo lo monta ogni giorno”, il cavaliere, appunto.

Ora, queste impressioni, sensazioni e percezioni, che effettivamente talvolta capitano a molti cavalieri – io stesso le ho provate molte volte – e che potremmo riassumere in espressioni del tipo: “in campo ostacoli il mio cavallo fa di tutto per me”, oppure: “sento che vuol far bene!”, sono a mio avviso sicuramente credibili – nel senso che non abbiamo motivo di dubitare che un cavaliere che pronuncia frasi del genere ne sia davvero convinto – e legittime – ognuno ha diritto di esprimere ciò che sente, ci mancherebbe!

Nutro invece forti dubbi sul fatto che siano veritiere, se per verità intendiamo una realtà oggettiva, ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso. Cioè, al cavaliere può “sembrare” che le cose siano in un determinato modo, ma non è detto che ciò che lui percepisce corrisponda a “verità” in senso assoluto e oggettivo.

Per comprendere fino a che livello un cavallo possa essere “condizionato” dal proprio cavaliere, persino all’insaputa dello stesso, vale la pena riprendere la storia (vera) di Clever Hans, Il cavallo che sapeva contare.

Tutto ebbe inizio nellestate del 1904, in una casetta di campagna a nord di Berlino. Cominciò a correre voce che un anziano professore in pensione, aveva un cavallo più intelligente di molti esseri umani.

Per provarlo, lo faceva esibire periodicamente in spettacoli in cui, oltre a trottare con grande eleganza, lanimale dimostrava di saper fare le operazioni matematiche. Contava le persone, sapeva dire lora e quanti giorni ci fossero nel calendario.

Erano in molti a credere alla genialità di Hans lintelligente. Non avendo il dono della parola, rispondeva alle domande colpendo a terra con lo zoccolo, abbassando la testa o muovendola a destra e a sinistra.

Quando chiedevano al proprietario da cosa dipendesse tanta abilità, il professore rispondeva che lo aveva educato come uno dei suoi tanti allievi. Diceva di avere usato una lavagna e di avergli insegnato a contare con labaco.

Lo psicologo Carl Stumpf decise allora che valeva la pena di studiare il fenomeno dal punto di vista scientifico. Incaricò un suo allievo di esaminare a fondo le capacità del cavallo. Lo studente eseguì una serie di test e, quasi per caso, notò che se lui guardava la soluzione, il cavallo indovinava. Se non la guardava o se ignorava la risposta, il cavallo sbagliava.

Cominciò a sospettare che Hans potesse captare un qualche segnale dallambiente che gli consentiva di dare la risposta corretta nelle operazioni matematiche.

Così, e attraverso altri esperimenti, il ricercatore concluse che Hans era in grado di leggere” latteggiamento degli esseri umani e quindi di indovinare la risposta che essi si aspettavano di ricevere. Evidentemente chi metteva alla prova Hans emetteva micro segnali con il corpo. Ad esempio, guardava le zampe del cavallo quando si aspettava che cominciasse a contare e inclinava il corpo quando lanimale arrivava alla risposta corretta. La postura e lespressione del viso della persona cambiavano, e il cavallo sapeva che quello era il segnale per smettere di battere con lo zoccolo.

Cosa possiamo imparare da questa divertente quanto affascinante vicenda? Che la sensibilità del cavallo può raggiungere livelli che l’essere umano non è in grado di comprendere.

Tutto ciò per dire che è ben possibile, e in effetti molte volte accade, che il cavaliere abbia la sensazione che il suo cavallo “voglia” fare ciò che vuole lui, “voglia” andare più veloce, “voglia” vincere la gara.

Così come nella storia di Clever Hans, al suo padrone e agli spettatori “sembrava” che il cavallo potesse contare, allo stesso modo a noi cavalieri può “sembrare” che il cavallo voglia vincere una gara. Ma questo succede perché alcuni cavalli, grazie alla loro incredibile sensibilità, riescono ad entrare in totale risonanza con il loro cavaliere, a “sentire ciò che sente lui”, e quindi a comportarsi di conseguenza.

In questo caso, e a differenza di ciò che abbiamo visto prima, il tipo di condizionamento, estremamente sottile, a cui ci troviamo di fronte, è attuato attraverso il cosiddetto “rinforzo positivo”: nel momento in cui tu – cavallo – fai ciò che io – cavaliere – ho deciso, ti do un premio, qualcosa che ti piace. E questo può avvenire anche in modo involontario, automatico. Ad esempio: il cavaliere vuole che il suo cavallo faccia un “bel salto”, e quando questo accade emana “energia positiva”, cioè prova certe emozioni, che corrispondono ad un assetto biologico ben preciso (secrezioni ormonali specifiche, cambio di respirazione, rilassamento dei muscoli, ecc.), che il cavallo percepisce, e codifica come “piacevole”. In questo modo il cavallo assocerà l’energia positiva del cavaliere a ciò che stava facendo nel momento esatto in cui riceve il “premio” (in questo esempio il “bel salto”), imparerà che quello è un comportamento che gli provoca “piacere”, e tenderà perciò a ripeterlo in futuro.

Quindi, in questo senso, la risposta alla nostra domanda iniziale è: si, alcuni cavalli vogliono vincere, perché vincere è ciò che vuole il proprio cavaliere che, inconsciamente, li “addestra” tutti i giorni a volere ciò che vuole lui.

A questo punto rimane un’ultima domanda alla quale rispondere: siamo sicuri che ciò che “vuole” il cavaliere sia una sua scelta “libera”, o anche lui è “condizionato” a volere ciò che vuole “qualcun altro”?

© Pietro Borgia; riproduzione riservata; in copertina Ben Maher & Explosion W durante la Top Ten Final del CHI de Geneve © instagram benmaherofficial

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Redazione EQIN
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