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Di “altre maschere”: l’abnegazione degli equidi durante la Grande Guerra

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31 ottobre 2020 #focus

Tra i portentosi oggetti provenienti dal passato che incarnano l’avvento della modernità (e di molti suoi problemi), oggi più che mai, in tempi di pandemia, colpisce particolarmente l’immagine della maschera antigas utilizzata per gli equidi.

Dieci milioni tra cavalli, muli e asini; 200mila piccioni e colombi viaggiatori; oltre 100mila cani. E ancora, maiali, buoi e polli. Un totale di 16 milioni di animali. Sono questi i numeri dell’esercito a quattro zampe che affiancò, durante la Prima Guerra mondiale, i 74 milioni di soldati coinvolti nel conflitto. Dove, come se non bastassero le difficoltà belliche, i gas asfissianti furono impiegati per la prima volta come nuove armi di combattimento. La convenzione dell’Aja del 1899 ne impediva l’uso, ma i vari Paesi non rispettarono quanto avevano siglato in precedenza. Il primo massiccio uso di agenti tossici si verificò in occasione della seconda battaglia di Ypres (aprile 1915) che vide contrapporsi le forze tedesche e quelle francesi: si trattava in quel caso dell’iprite, conosciuto anche come «gas mostarda» per il suo odore simile alla senape, in grado di aggirare la difesa delle maschere antigas e penetrare facilmente gli indumenti e infliggere dolorose bruciature cutanee.

Al fronte sorse quindi imperiosa la necessità di proteggere, oltre se stessi, anche gli animali impegnati a fianco dell’uomo: cani e soprattutto cavalli, asini e muli – veri e propri eroi, fedeli compagni dei loro commilitoni umani – vennero quindi dotati di maschere antigas.

 

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, consigliamo la visione del docu-film “Animali nella grande Guerra” (2015) di Folco Quilici, dove viene analiticamente ricostruita la storia dell’apporto animale al conflitto bellico e sono raccolte rare immagini di repertorio. Oltre all’abnegazione di questi animali “reclutati”, più di metà dei quali non ha mai fatto ritorno dal fronte, il documentario di Quilici pone l’accento sul “rapporto profondo, intimo” fra loro e i soldati, un legame improntato alla mutua sopravvivenza in cui uomo e animale diventavano indispensabili l’uno all’altro.

© Redaz. – riproduzione riservata; foto di copertina: corriere.it

 

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Redazione EQIN
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