ATTENDI...

Cosa vuoi cercare?

EQUESTRIAN INSIGHTS Il cavallo nella storia e nell'arte

Dorothy Brooke: la compassione è la chiave. La meravigliosa storia dell’angelo dei War Horses

Doroty Brooke: l' angelo custode dei War Horses
Condividi:
Home 36

mascheroni articoli 728x90 1

03 gennaio 2019 #focus

Annuncio creato il 29/03/2022 19:12

cortal_1 (728x90) 1

Oggi vi raccontiamo una storia, che ha quasi il sapore di una leggenda, tanto si rimane increduli, mentre la si scopre. L’abbiamo scovata grazie ad un lungo articolo a firma di Tony Rennell apparso qualche tempo fa sulla versione online della rivista britannica “Daily Mail” dailymail.co.uk  ; abbiamo fatto qualche ricerca e abbiamo deciso di riprenderla, certi che vi appassionerà. Andiamo dunque a scoprire l’impresa compiuta, nel Cairo degli anni Trenta, della “crazy English woman” Dorothy Brooke, donna di cavalli, in tutto e per tutto. Mettetevi comodi, buona lettura!

newpharm 728x90 1

Arrivando in un Cairo caldo, polveroso e caotico, la moglie del Generale stava riflettendo su quali eccitanti tempi l’attendevano nel ruolo di consorte del nuovo Comandante della Brigata di cavalleria britannica di stanza lì.

asta online (728x90) 26
Givova

Una vita sociale scintillante, naturalmente, con cocktail party, cene e inviti per il tè. Tutti i doveri, ma anche i festeggiamenti e il divertimento che hanno accompagnato il ruolo di mensahib (signora, padrona – titolo di rispetto dato a una signora europea o a una signora indiana di rango sociale superiore n.d.t.) di una comunità di espatriati.

Mentre aspettava un’auto privata che la portasse alla stazione, Dorothy Brooke, dai suoi amici chiamata “Dodo”, si guardò intorno e rimase inorridita: allineati nelle vicinanze c’erano le file di gharries, le carrozze fatiscenti che percorrevano le rozze strade della capitale egiziana come taxi.

Sfruttato da tutti, a capo chino, vide un cavallo dalla faccia triste, scheletrica, denutrita e sfinita.

Alcuni erano a malapena in grado di reggersi in piedi, figuriamoci trainare un taxi, e questi erano frustati dai proprietari con apparente indifferenza. Il suo cuore saltò un battito.
Brooke era una donna di cavalli in tutto e per tutto. Amava montare a casa nel Wiltshire, così come suo marito, il Generale, giocatore di polo che praticava anche il salto ostacoli.

Entrambi ripudiavano ogni crudeltà inflitta a qualunque cavallo. Ma quello che la turbò ancora di più quel giorno del 1930 fu che sugli scarni fianchi degli animali più grandi si potesse vedere chiaramente il marchio a forma di freccia dell’esercito britannico.

Questi infatti erano cavalli spediti in gran numero dal Regno Unito al Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale. Sotto il fuoco nemico avevano trasportato armi e cavalieri, rifornito i carri nelle battaglie contro la Turchia, alleata della Germania e in difesa del Canale di Suez. Cavalli da guerra britannici, niente di meno. Avevano fatto il loro dovere, sopravvivendo ai combattimenti… per cosa?

Quando la guerra finì, fu considerato infatti troppo costoso ricondurli ai verdi paddock di casa, anche qualora i regolamenti di quarantena lo avessero permesso. Né qualcuno si sarebbe preso la responsabilità di sopprimerli umanamente con un colpo di pistola sulla fronte; quindi vennero di fatto abbandonati, a migliaia, venduti a livello locale, e ora, una dozzina di anni dopo, ecco apparire i ronzini del Cairo. Brooke poteva vederli tutti intorno a sé nelle strade affollate, mentre si sforzavano trainando tram e carri carichi di armi da fuoco, o aspettando con nostalgia il loro prossimo devastante incidente sul lavoro, senza mai un riparo dal sole o dell’acqua per dissetarsi.

La notte pensò in quali stalle sovraffollate dovevano essere alloggiati, fatiscenti, maleodoranti. Dimentica dei cocktail party, si convinse che salvarli sarebbe diventata la sua missione.

Come scrive Grant Hayter-Menzies nella biografia appena pubblicata su Dorothy Brooke, ciò che l’ha commossa fino alle lacrime – e, cosa più importante, spinta all’azione – è stata la vista di “animali innocenti che avevano combattuto guerre che non avevano causato e che erano stati lasciati indietro senza aver nessuna colpa, patendo una sofferenza che assolutamente non meritavano”.

Abbracciando la loro causa, come ebbe modo di scoprire molto presto, entrò in un campo minato. La gente del posto infatti – in particolare i gharry con la loro potente unione – non avrebbe mai tollerato un padrone di casa prepotente e intrigante che diceva loro come gestire le loro vite e curare i loro animali. La comunità britannica la mise in guardia – suggerendole di stare lontana da tali questioni. Era meglio così sotto ogni punto di vista.

Ma se anche Brooke avesse vacillato per un secondo circa la sua decisione, la storia vuole che invece la sua intenzione venne rafforzata dall’incontro con un massiccio stallone sauro in quello che era spacciato per un ricovero per animali in una stradina del Cairo. Senza eccezioni, scrisse più tardi, “era il cavallo più spaventoso che avessi mai visto in vita mia”.

Doroty Brooke: l' angelo custode dei War Horses 2

Con le articolazioni gonfie in tutte e quattro le gambe tremanti, questo cavallo un tempo magnifico era magro come un rastrello. Le costole erano evidenti attraverso la sua pelle, il suo manto era pesantemente segnato. I suoi occhi mancavano di lucentezza e profondità. Era insomma più morto che vivo. Brooke scoprì con ulteriore orrore che era lì per riposare soltanto per un giorno o due per ordine di polizia, prima di tornare dal suo proprietario e riprendere a lavorare. Brooke non poteva sopportare il pensiero che Old Bill – come lei decise di chiamarlo – potesse soffrire ancora.

Doveva essere tratto fuori da quella miseria. Accettò di sborsare ben 9 sterline per lui, cifra non trascurabile per l’epoca (più di £ 500 oggi), importo che era necessario al proprietario per acquistare un sostituto. Mentre attendeva di avere il trasferimento di proprietà, nutrì e coccolò Old Bill per due giorni, il quale finalmente per la prima volta da anni vide paglia morbida e pulita per sdraiarsi. Quando l’accordo fu siglato, lo soppresse senza dolore. Fu proprio questo gesto a gettare la gente del posto nello sconcerto: chi pagherebbe dei bei soldi per un cavallo malandato per poi eliminarlo? Non aveva senso. Ma quella divenne la sua causa, la causa di Brooke, ovvero porre fine alle loro sofferenze quando le possibilità di salvezza risultassero remote.

Quando si sparse la voce che una pazza inglese stava distribuendo denaro sonante per cavalli finiti, tutto il Cairo si mise in fila per offrire i propri ronzini. In quelli che lei chiamava “giorni d’acquisto”, si sedeva ad un tavolo con il cappello da sole al fianco di un veterinario locale, esaminando una creatura triste e spezzata dopo l’altra, contrattandone poi il prezzo. Le discussioni talvolta degeneravano. Un proprietario di un mulo con una gamba rotta era così irritato dalla somma che lei gli offrì che le si lanciò contro con un coltello.

Gli animali ricevettero tutti lo stesso trattamento. Come con Old Bill, furono portati al riparo del calore del sole in box freschi colmi di paglia, poi alimentati con trifoglio e poltiglia di crusca. Quelli che ancora sopravvivevano venivano curari per le loro ferite, nutriti in maniera corretta per permettere loro di vivere dignitosamente il più a lungo possibile. Odiava le soppressioni, ma doveva essere fatto. “La loro sofferenza deve cessare”, diceva.

I proprietari egiziani di questi cavalli devastati erano loro stessi disperati. Lavoravano con le loro bestie da soma fino a che non cadevano morti non perché erano intrinsecamente spietati o crudeli, ma perché loro stessi erano sull’orlo della miseria e avevano un disperato bisogno di guadagnarsi da vivere.
All’inizio il denaro uscì dalle sue tasche e da quelle di amici intimi. Ma non durò a lungo, e presto divenne evidente che il problema che stava cercando di risolvere era molto più grande di quanto non credesse. Le giunsero infatti voci di ex cavalli da guerra che ora lavoravano nelle miniere e nelle cave al di fuori del Cairo, in condizioni orribili; che c’erano migliaia di ex muli dell’esercito condannati a percorrere il deserto da e verso le piramidi con i turisti sulla groppa.

Stava diventando rapidamente un peso che non poteva sopportare da sola, come spiegò in una lettera a cuore aperto ai lettori del quotidiano “The Morning Post” di Londra: “Questi vecchi cavalli, molti dei quali ciechi, scheletrici, sono nati e cresciuti nei campi verdi dell’Inghilterra – da quanti anni non hanno visto un prato, sentito un flusso d’acqua o una parola gentile in inglese? Trascinano miserabili giorni di fatica in mano a padroni troppo poveri per nutrirli, troppo provati dalle avversità per comprendere le sofferenze degli animali nelle loro mani”.

Le parole di Brooke – sostenute da una foto che aveva preso del vecchio Bill sulle sue ultime gambe macilenti – si appellavano direttamente al sentimento del pubblico britannico amante degli animali. Giunsero quindi diverse lettere di sostegno e offerte per il suo fondo Old War Horse. Anche il Re e la Regina cooperarono.

Con il denaro in banca – amministrato per lei dall’esercito Pay Corps come gesto di buona volontà –  Brooke continuò con il suo lavoro di salvataggio e alla fine aprì una sua clinica per animali, l’Ospedale Brooke.

Era in una zona malfamata del Cairo dove la maggior parte dei suoi compatrioti non osava neppure camminare, ma lei non mostrava mai alcuna paura. Se vedeva un proprietario picchiare il suo cavallo, non ci pensava due volte ad afferrare il bastone. Bastava uno dei suoi sguardi severi a reprimere la maggior parte dei piantagrane. Aiutava molto il fatto che la gente del luogo la considerasse una pazza; per questo motivo cercavano di non turbarla.

Ma non avrebbe mai avuto vita semplice una memsahib che pretendesse di dire agli egiziani cosa fare. Un veterinario del Cairo che era stato uno dei suoi più accesi sostenitori finì per andarle contro e le creò problemi. Ci furono denunce all’Alta Commissione britannica, accampate sul fatto che Brooke stava interferendo con le pratiche commerciali tradizionali e sconvolgendo le sensibilità locali. Anche i suoi connazionali non le furono di grande aiuto. La maggior parte la scherniva alle spalle dicendo che era una sciocca credulona, ​​e che i suoi traffici la costringevano a pagare enormemente le bizzarrie di qualunque vecchio cavallo. A Brooke non importava. Estendere la compassione e la gentilezza a tutti gli animali che le venivano incontro era ciò che contava per lei.

Doroty Brooke: la compassione è la chiave. La meravigliosa storia dell'angelo dei War Horses

Persino lei, però, aveva i suoi preferiti tra le migliaia di animali che aveva salvato, in particolare un purosangue che lei chiamava Dauntless. Era stato un pony da polo viziato, montato da un ufficiale britannico, ma poi venduto e finito per trainare un pesante carretto per le strade, nonostante avesse delle ferite aperte sul collo. Aveva ancora i finimenti da festa, però, che ricordavano i bei tempi passati – sollevava lo zoccolo nella supplica, per essere ricompensato con una zolletta di zucchero. Brooke non dimenticò mai l’espressione ansiosa sul suo viso quando per la prima volta lo fece con lei.

“Così tante persone devono aver ignorato questo gesto, imparato da giovane. Mi ha quasi spezzato il cuore il pensare a quante volte doveva aver sollevato quel vecchio piede stanco verso i padroni noncuranti, prima di rendersi conto che non avrebbe prodotto risultati”. Alla fine tuttavia il cavallo ottenne la ricompensa per la sua perseveranza, da lei.

Brooke riuscì persino a far ritornare in Inghilterra alcuni cavalli. Dopo cinque anni al Cairo, lei e suo marito si trasferirono in India. Lasciò il suo ospedale per cavalli in mani fidate e capaci, mantenendo visite regolari per verificare i progressi. Continuò il suo lavoro di salvataggio durante la seconda guerra mondiale e anche successivamente, nonostante il nuovo clima nazionalista e anti-britannico.

Ad oggi il Centro non ha mai chiuso per un solo giorno da quando è stato aperto nel 1934. Brooke è ora la più grande organizzazione di beneficenza equina al mondo, offre servizi veterinari e corsi di formazione su come prendersi cura dei propri animali in paesi in Medio Oriente, Asia, Africa e Centro America.

Per quanto riguarda la sua fondatrice, Dodo Brooke morì nel 1955 durante una visita al Cairo – debilitata da un enfisema dovuto a lunghi anni in stretta compagnia delle sigarette. C’era un ultimo malato e sofferente cavallo da accarezzare – un altro ex pony da polo, una femmina di nome Rosie. Anche questa sollevò uno zoccolo per chiedere dei dolcetti, azione insegnata da qualcuno per dire “per favore”. Le ricordavano insieme, Dodo e Rosie, due signore anziane e ammalate che si appoggiavano l’una all’altra per confortarsi.

Per Monty Roberts, la celebre ‘bislacca dei cavalli’, Dorothy Brooke, rimane una leggenda e un’ispirazione. “Ha visto la sofferenza”, scrive di lei in una prefazione a questo nuovo libro, “e non ha guardato dall’altra parte. Si è rimboccata le maniche e si è messa al lavoro per rendere il mondo un posto più buono e più salutare per gli animali che ci servono e ci amano. Come ben sapeva, la compassione è la chiave”.

© A.B..; riproduzione riservata; fonte principale e foto articolo © dailymail.co.uk 

jumping 728x90

Scrivi un commento

Redazione EQIN
INVIA
Il sito è protetto da copyright!