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E se il cibo del cavallo è contaminato? Ecco la normativa in merito

E se il cibo del cavallo è contaminato? La normativa e la tutela
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È risaputo che l’alimentazione incide sullo stato di salute dei cavalli e che per il loro benessere profondiamo tutte le nostre energie. Prova ne è l’impegno che riponiamo nella ricerca del mangime ideale, ma anche del fieno o degli integratori più adatti e quant’altro ancora. Tuttavia, cosa accade nel caso in cui la partita di mangime acquistata e somministrata agli animali risulti alterata perché guasta, marcia, ammuffita, putrida, stantia, insomma sia andata a male? Cosa accade nel caso in cui la partita di mangime acquistata non abbia i requisiti organoelettici attesi e risulti dannosa per la salute dei nostri cavalli (potendone determinare coliche o altri inconvenienti fino, nei casi più gravi, intossicazioni tali da determinarne anche la morte)? Un altro tema che andiamo ad analizzare per la rubrica Diritto Equestre.

Le tipologie di mangime per cavalli che sono in commercio sono diverse, ma tutte devono rispettare i criteri stabiliti dalla raccomandazione CE 2006/576 che, per essere precisi, prevede le quantità di deossinivalenolo, zearalenone, ocratossina A, tossine T-2 e HT-2 e fumonisine in prodotti destinati all’alimentazione degli animali, in quanto trattasi di micotossine aventi effetti tossici in varie specie animali, tra cui i cavalli. Il Regolamento è dotato di una tabella in cui per ogni micotossina è previsto un valore di riferimento in mg/kg (ppm) di mangime.

Detto questo, non si può pretendere che il mangime debba essere da noi controllato meticolosamente anche perché i cibi per bestiame destinati alla vendita sono tenuti a rispettare tali criteri. Nonostante ciò può comunque accadere che alcune partite o sacchi contengano alti tassi di micotossine, che volgarmente possiamo chiamare funghi, dannosi per gli animali ed in special modo per la razza equina. Il primo, per quanto ovvio, consiglio è ovviamente quello di evitare il fai da te.

Facendo i dovuti scongiuri e augurandoci di non incappare in situazioni del genere, è bene sapere come comportarsi, soprattutto nel caso dovesse malauguratamente verificarsi che il cavallo a seguito di siffatto evento possa avere conseguenze invalidanti o letali. In caso di decesso occorre sottoporre i cadaveri degli equini ad esame necroscopico in modo tale da comprendere il quadro clinico e far emergere l’eventuale quadro tossico.

Accertata l’intossicazione sarà necessario far esaminare il mangime potenzialmente tossico.

Che procedura dobbiamo seguire per far analizzare il mangime se abbiamo il sospetto che sia tossico?

Occorre attenersi all’esatta procedura di campionamento disciplinata dal Decreto Ministeriale 20.04.1978, che stabilisce le modalità di prelevamento dei campioni per il controllo ufficiale degli alimenti per gli animali, al fine di accertarne la qualità e la composizione. Il campionamento dev’essere eseguito solo da persone autorizzate (per esempio un’azienda sanitaria), in maniera rapida, utilizzando strumenti costruiti con materiali che non contaminino i prodotti da esaminare e seguendo un prelievo casuale da tutte le confezioni da campionare.

Senza addentrarci in troppi tecnicismi, è bene sapere che per ogni partita verranno creati dei campioni finali, per l’esattezza 4, sigillati ed etichettati che saranno accompagnati da verbale redatto secondo quanto previsto dall’art. 105 del R.D. 1° luglio 1926, n. 1361, regolamento per la esecuzione del R.D.L. 15 ottobre 1925, n. 2033, convertito in legge con la L. 18 marzo 1926, n. 562, che permette di identificare, senza equivoci, la partita campionata.

Dei 4 campioni finali, nel più breve tempo possibile, se ne dovranno trasmettere tre al laboratorio incaricato dell’analisi, mentre il quarto viene lasciato al detentore della merce. Una volta eseguita la procedura in maniera legittima, qualora venga confermata la tossicità del mangime, potremo agire nelle sedi opportune per vedere tutelate le nostre ragioni.

Parliamo di tutela in sede civile anche se in alcuni casi possono configurarsi gli estremi di reato penale, fra tutti la frode alimentare.

Come ci è capitato di parlarne in altro articolo, la giurisprudenza ritiene la vendita di un prodotto affetto da caratteristiche negative inidonee a renderlo commestibile e quindi non commerciabile un’ipotesi di vendita aliud pro alio (letteralmente “qualcosa per qualcos’altro”), poiché tale figura ricorre non solo quando la cosa consegnata appartenga ad un genere del tutto diverso da quello a cui appartiene la cosa pattuita, ma anche quando difetti delle particolari qualità necessarie per assolvere alla sua naturale funzione, in questo caso quella alimentare.

In virtù di tale inquadramento potremo agire per ottenere la risoluzione del contratto di vendita (soprattutto ove vi sia un contratto di fornitura perdurante nel tempo) e il risarcimento del danno che può suddividersi in danno emergente, ovvero il danno subito per la morte del cavallo, e il lucro cessante, derivante dall’impossibilità di utilizzare l’animale, ergo di ottenere i probabili guadagni dal suo potenziale e concreto utilizzo.

Il caso

Per evidenziarvi l’importanza del prelevamento dei campioni vi sottopongo un caso concreto.

Presso un allevamento di cavalli, con pensionamento, il proprietario di 8 cavalli si avvedeva del grave stato di salute di alcuni di essi. Le precarie condizioni fisiche hanno condotto sette equini al decesso e uno a gravissimi ed irreparabili danni neurologici. Il proprietario ha ricondotto la causa del malessere dei cavalli al mangime che riteneva essere tossico; ha svolto le operazioni di verifica ed ha citato in giudizio il venditore dello stesso.

Vi anticipo subito che (seppur l’azienda sanitaria avesse stabilito la tossicità del mangime) il proprietario è rimasto privo di tutela e vi spiego le motivazioni proprio per farvi capire l’importanza che assume il rispetto della procedura di campionamento. Per scrupolo preciso inoltre che l’esito delle analisi ha rilevato l’irregolarità del mangime per la presenza di una sostanza tossica superiore ai limiti previsti dalla raccomandazione CE 2006/576 che abbiamo visto sopra.

Nonostante questo, nel compiere le operazioni di prelievo l’accertatore ha disatteso la procedura, violando le norme vigenti in materia, prelevando più campioni rispetto a quelli previsti e non garantendo il contradditorio con il venditore. Il venditore quindi ha contestato la procedura, è stata dichiarata l’illegittimità dell’accertamento che, quindi, è risultato inattendibile, non potendosi considerare i campioni rappresentativi di quella partita sottoposta a controllo.

Il ragionamento è stato questo: considerato che il prelievo dei campioni è stato svolto privatamente dal proprietario e senza contradditorio, ovvero senza la presenza del venditore, non vi era la prova che le analisi fossero state eseguite su quel mangime. Non solo, non è stato possibile neppure effettuare un accertamento successivo atteso che l’eventuale rimanenza di confezioni di mangime oggetto di quella partita non avrebbe consentito un accertamento peritale attendibile, in virtù della normale alterazione che avrebbe subito negli anni.

In conclusione si comprende come, pur avendo ragione il proprietario, il mancato rispetto della procedura prevista dall’apposita normativa non ha consentito di ottenere il risarcimento del danno subito. Per questo vi consiglio di non farvi prendere dalla fretta, di informarvi da esperti su come procedere in modo tale da non risultare sprovvisti di tutela.

A menzus biere!

(21 febbraio 2024) © Avv. Giulio Muceli – riproduzione riservata; foto: © EqIn

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Redazione EQIN
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