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I cavalli possono soffrire di depressione? Tra anedonia e impotenza appresa

I cavalli possono soffrire di depressione? Cosa ci dice la scienza
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Annuncio creato il 29/03/2022 19:12

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Nel linguaggio comune, il termine “depresso” si riferisce generalmente ad un umore triste temporaneo. Nel linguaggio medico, invece, la depressione clinica è un disturbo complesso e variabile che, negli esseri umani, comporta la co-occorrenza di diversi cambiamenti emotivi; in questo articolo approfondiremo la tematica principalmente grazie alla ricerca della dott.ssa Antonia J.Z. Henderson (Ph.D, Research & Equine Psychologist).

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Per inquadrare il problema, la dott.ssa Henderson parte dall’analisi di un caso tipo di cavallo in attività/lavoro: un saltatore di alto livello nel suo paddock elettrificato, sveglio ma immobile. Ha gli occhi aperti, il collo disteso e parallelo alla schiena. Mostra scarso interesse per i suoni, gli odori o le attività che lo circondano. Non interagisce con il cavallo accanto a lui. Non sta mangiando: il pranzo è finito da ore e c’è ancora molta attesa prima della cena. Anche in scuderia, ai due venti durante le operazioni di grooming, appare ugualmente distaccato: nessuna spinta affettuosa, nessuna manifestazione di interesse verso chi si sta occupando di lui. Il personale ammette che il cavallo non crea mai problemi, eppure sa che c’è qualcosa che non va. Questo cavallo è depresso? E come possiamo saperlo?

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La depressione clinica umana è un disturbo complesso e variabile che comporta la co-partecipazione di diversi cambiamenti emotivi, cognitivi e comportamentali, come umore basso, anedonia (perdita di piacere in attività precedentemente piacevoli), variazioni di peso o appetito, disturbi del sonno, maggiore agitazione o, al contrario, letargia, sentimenti di inutilità o colpa, bassa autostima e pensieri ricorrenti di morte o suicidio. Esistono molte possibili combinazioni di sintomi che soddisfano la diagnosi di depressione clinica e che possono manifestarsi in modi opposti; alcune manifestazioni possono anche non sembrare nemmeno depressive – come iperattività e agitazione. Essere tristi non è in realtà il solo criterio necessario alla diagnosi della malattia.

Dato l’ampio spettro di variabili che concorrono alla depressione negli esseri umani, come possiamo iniziare a diagnosticare la depressione nei cavalli, che non possono compilare questionari o rispondere a domande, e che – last but not least – sono biologicamente predisposti in quanto predati a nascondere le proprie emozioni? Dopotutto, non conviene mai a loro apparire vulnerabili quando un predatore potrebbe essere alla ricerca di una preda all’interno del branco. (McFarland, 1999).

Gli animali possono soffrire di depressione?

Utilizzando i criteri diagnostici per la depressione clinica delineati nei due principali sistemi diagnostici (DSM-5 e ICD-10), Aileen MacLellan e il suo gruppo di ricerca (2021) hanno indagato se un modello sintomatologico simile fosse evidente negli animali esposti a stress cronico, sia in ambienti di laboratorio che in sistemi agricoli intensivi. Sebbene alcuni criteri diagnostici della depressione non possano essere applicati agli animali (di certo non arrivano a concepire idee suicidarie!), molti altri, come l’inattività, i deficit cognitivi, i cambiamenti di peso e appetito, i disturbi del sonno, l’anedonia, l’umore depresso e numerosi marcatori fisiologici della depressione, come livelli anormali di cortisolo, possono essere misurati oggettivamente.

Secondo MacLellan, i ratti esposti a stress cronico a scopo di ricerca, i maiali allevati in condizioni intensive e i topi da laboratorio in gabbia mostrano tutti i criteri diagnostici misurabili e i biomarcatori fisiologici per una diagnosi di depressione clinica. Tuttavia, in tutti questi casi, i criteri diagnostici sono stati verificati attraverso studi separati e, quindi, strettamente parlando, non abbiamo ancora osservato la co-occorrenza di almeno cinque sintomi distintivi negli animali all’interno dello stesso studio. MacLellan ipotizza che sia molto probabile che alcuni animali (soprattutto quelli allevati in condizioni artificiali intensivamente gestite) possano sperimentare una forma di depressione simile alla depressione clinica umana, ma al momento mancano ancora prove concrete per confermare definitivamente questa ipotesi.

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La postura ritirata (Withdrawn Posture)

Poiché sappiamo che i cavalli possono provare stati d’animo, emozioni e rispondere in modi diversi agli stress ambientali, è plausibile che possano provare vera disperazione quando perdono la capacità di controllare le circostanze avverse. Proprio come il saltatore menzionato all’inizio di questo articolo, i ricercatori hanno trovato prove di una postura ritirata (Withdrawn Posture) in molti dei cavalli che vivono in ambienti impoveriti. La ricercatrice francese Carole Fureix e i suoi colleghi (2012; + info: clicca qui) hanno osservato questo stato simile alla depressione nel 24% di 59 cavalli impiegati in scuole di equitazione: gli animali rimanevano immobili per lunghi periodi, con gli occhi spalancati e lo sguardo fisso, le orecchie ferme e leggermente inclinate all’indietro, la testa immobile e il collo disteso e piatto. Rispetto a compagni della stessa scuderia, questi cavalli apparivano distaccati e completamente insensibili agli esseri umani, non meno che all’ambiente circostante.

I cavalli possono soffrire di depressione? Tra anedonia e impotenza appresa

da Towards an Ethological Animal Model of Depression? A Study on Horses, 2012

A differenza dei cavalli a riposo (che solitamente appoggiano un posteriore, tengono il collo basso e arrotondato, i muscoli rilassati, le orecchie ruotate lateralmente, le labbra cadenti e gli occhi socchiusi o chiusi), i cavalli con la postura suddetta sono descritti da Fureix come “spenti, con occhi spenti che non guardano da nessuna parte” (2012). È interessante notare che questi cavalli mostravano anche una maggiore reattività di fronte a situazioni difficili, come l’introduzione di un nuovo oggetto nel loro ambiente, una caratteristica comunemente associata alla depressione umana. Questo suggerisce che possano trovarsi in uno stato di ansia elevata, mascherata dalla loro apparente apatia.

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esempio di postura ritirata; foto via facebook

Più recentemente, Emille Sénèque e colleghi (2019), misurando la linea dorsale (profilo superiore) di 85 cavalli impiegati in scuole di equitazione provenienti da 11 centri diversi, hanno scoperto che i cavalli con condizioni di benessere compromesse – quelli che già mostravano stereotipie, comportamenti ripetitivi anomali o una postura depressa e che vivevano in ambienti impoveriti – tendevano ad avere profili dorsali più piatti o addirittura incavati, in particolare a livello del collo e della groppa. Questi risultati confermano e ampliano il lavoro precedente di Fureix, suggerendo che un benessere scadente sia associato a cambiamenti cronici nella postura del cavallo, che finiscono per cancellare la naturale curvatura della sua colonna vertebrale.

Anedonia

Il team di Fureix ha poi testato (+ info: clicca qui) se questi cavalli, che sembravano clinicamente depressi, sperimentassero un criterio fondamentale della depressione clinica umana: l’anedonia, ovvero la perdita di piacere per attività precedentemente gratificanti (Fureix et al., 2015). Seguendo la metodologia utilizzata per studiare l’anedonia nei ratti – quantificando il loro tipico appetito vorace per lo zucchero – Fureix ha scoperto che, proprio come i ratti cronicamente stressati, i suoi cavalli con postura ritirata consumavano volontariamente meno zucchero rispetto ai cavalli con postura “normale” (di norma, i cavalli, come i ratti e gli esseri umani, sono appassionati di zucchero, preferendo soluzioni zuccherate all’acqua naturale, mangimi dolcificati a quelli non dolcificati, ecc.).

Inoltre, i cavalli con la postura ritirata erano più inclini a manifestare stereotipie come il ticchio d’appoggio, il ballo dell’orso, l’oscillazione laterale continua della testa e del corpo o il camminare compulsivo nel box – comportamenti notoriamente correlati a un basso livello di benessere. Infine, questi cavalli mostravano livelli plasmatici di cortisolo più bassi, un biomarcatore tipico della depressione umana.

Disimpegno cognitivo

Uno studio di Céline Rochais e colleghi (2016) (+ info: clicca qui) su 27 cavalli (metà con postura ritirata, metà “normali”) ha esposto gli animali a cinque nuovi suoni (vocalizzazioni di babbuino, oca, balena, un cavallo sconosciuto e musica per pianoforte) per cinque giorni.

  • I cavalli “non ritirati” inizialmente reagivano ai suoni, ma con il tempo si abituavano.
  • I cavalli con postura ritirata, invece, sembravano spenti e non rispondevano ai nuovi stimoli, nemmeno dopo cinque giorni.

I ricercatori hanno osservato che negli esseri umani depressi, gli stati emotivi negativi riducono la capacità di attenzione, limitando la percezione di eventi nuovi. Inoltre, la capacità cognitiva degli uomini depressi è limitata, lasciandoli con un deficit nella capacità di elaborare informazioni in modo attivo, come concentrarsi su stimoli importanti nell’ambiente circostante. La loro attenzione tende invece a rivolgersi verso l’interno, un fenomeno caratterizzato dalla loro postura immobile (Rochais et al., 2016).

Esistono anche prove che i cavalli apatici nel box mantengano questo atteggiamento anche nel lavoro in sella. In uno studio su 43 cavalli (+info: clicca qui), osservati prima nel box e poi sotto sella, Alice Ruet (2020) ha scoperto che l’espressione di benessere compromesso osservata nel box (stereotipie, aggressività verso gli esseri umani, postura ipervigile o, al contrario, postura spenta e disimpegnata) era collegata a comportamenti di difesa e/o disagio durante il lavoro in sella. In particolare, i cavalli con postura ritirata nel box mostravano una maggiore riluttanza ad avanzare sotto la sella, suggerendo che il disimpegno osservato nel box si rifletta in una percezione negativa del lavoro in sella e di altri aspetti della loro vita.

In un altro studio (+ info: clicca qui), il team di Ruet ha esaminato gli stessi quattro indicatori di benessere in un campione di convenienza (ovvero, le condizioni di gestione avverse erano preesistenti e non create appositamente per lo studio) di 187 cavalli sportivi che vivevano in box individuali, isolati dal contatto con altri cavalli (Ruet et al., 2019). Sono stati considerati per l’indagine anche fattori mitiganti (finestre con grate tra i box, finestre esterne, pratiche di alimentazione, disciplina equestre, intensità dell’allenamento, calendario delle competizioni, ecc.) che avrebbero potuto migliorare il benessere dei cavalli. Purtroppo, quasi nessuno dei fattori gestionali identificati in ricerche precedenti come benefici ha avuto un impatto significativo sul loro benessere. Il risultato più rilevante è che più a lungo i cavalli vivevano in isolamento, più era probabile che esprimessero un totale disimpegno nei confronti dell’ambiente, suggerendo uno stato simile alla depressione.

Impotenza appresa

Il rischio, molto concreto, è anche per i cavalli quello dell’ “impotenza appresa” dall’ambiente, che può essere di tre tipi: Motivazionale (non mostrare alcun desiderio di fuggire), Cognitiva (non riuscire a collegare il comportamento a un risultato coerente) ed Emozionale (lo stato iniziale di alta ansia si trasforma in un’affettività piatta e depressa).

Gli autori hanno concluso che l’isolamento sociale rappresenta un’aggressione così grave al benessere del cavallo che anche cambiamenti gestionali introdotti (noti per essere benefici in situazioni meno estreme), si sono rivelati insufficienti per migliorare il loro stato di malessere. L’impatto negativo sulla salute fisiologica lascia alcuni soggetti in uno stato di depressione che sottrae loro risorse, compromette le loro capacità cognitive e anestetizza la loro curiosità naturale.

Inizialmente l’impotenza appresa può essere vista come una strategia adattativa funzionale; infatti, se un comportamento non ha alcun impatto, è costoso in termini di energia/risorse continuare a tentare nuove strategie per sfuggire o cambiare “quel che non va”. Tuttavia, diventa malattia quando, nel tempo, si generalizza al repertorio comportamentale complessivo dell’animale, portando alla perdita di motivazione, anedonia e conseguenze per la salute come ulcere e perdita di peso.

Conclusioni:

Poiché i deficit di impotenza appresa osservati da Seligman – passività, sottomissione e affettività piatta – riguardano purtroppo molto spesso i comportamenti che apprezziamo in molte discipline equestri (pensiamo al cavallo da scuola “imperturbabile”, al cavallo da “western pleasure” che non reagisce….), lo stato di angoscia di un cavallo potrebbe non solo passare inosservato, ma essere attivamente ricercato come un risultato ottimale dell’addestramento, anche da parte di proprietari e professionisti ben intenzionati (Hall, 2008).

Questo passaggio sottolinea quanto i cavalli possano manifestare segnali di stress emotivo e fisico che potrebbero non solo non essere facilmente notati, ma che, in alcuni casi, vengono addirittura erroneamente ricercati come segno di “buon comportamento” nelle discipline equestri. Considerazioni che indubbiamente fanno riflettere.

(29 gennaio 2025) © B. Scapolo – Riproduzione Riservata; fonti principali: horsesport.com; Aa.Vv., Horses Could Perceive Riding Differently Depending on the Way They Express Poor Welfare in the Stable, “Journal of Equine Veterinary Science”, Volume 94, November 2020, clicca qui; Aa.Vv., Investigating attentional processes in depressive-like domestic horses (Equus caballus), “Behavioural Processes”, Volume 124, March 2016, Pages 93-96, clicca qui; Investigating anhedonia in a non-conventional species: Do some riding horses Equus caballus display symptoms of depression?, “Applied Animal Behaviour Science”, Volume 162, January 2015, Pages 26-36, clicca qui; Aa. Vv., Towards an Ethological Animal Model of Depression? A Study on Horses, “Plos One Journal”, June 28, 2012, clicca qui; foto in copertina: © A.Benna/EqIn

Redazione EQIN
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