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Le paure del cavaliere: origini e cause secondo Bernard Chris e Monica Barbier

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23 marzo 2017 – #focus



Generalmente, cos’è la paura? Si tratta di un’emozione che accompagna la presa di coscienza di un pericolo o una minaccia, reali o immaginari. Con questo termine sono identificabili stati di diversa intensità emotiva che vanno dal timore, l’apprensione, la preoccupazione, l’inquietudine o l’esitazione sino a patologie come l’ansia, il terrore, la fobia o il panico. In equitazione, la paura, non sempre consapevole, è la principale fonte di blocco nella progressione del lavoro del binomio: limita e inibisce l’azione, la perturba, il cavaliere che la prova viene separato dall’ambiente circostante, da ciò che è, da ciò che sa o saprebbe realmente fare. Per lo più negata o nascosta dai cavalieri, è tuttavia tra le emozioni più diffuse, più di quanto non si creda e a qualsiasi livello. E’ il problema più frequentemente evocato da cavalieri ed istruttori, apertamente o a parole sottintese. Chi pratica gli sport equestri indubbiamente sa di cosa stiamo parlando: oltre che certamente sperimentata in prima persona e in diverse occasioni, la paura è tra i principali ostacoli della buona resa dell’insegnamento della pratica equestre. Va anche detto che probabilmente la differenza tra un istruttore davvero bravo e uno che non lo è affatto sta proprio nell’individuazione e smascheramento della/e paura/e nel proprio allievo ma soprattutto nel saper dispiegare tutta una serie di pratiche utili a risolvere questo stato emozionale, pratiche che sono variabili da soggetto a soggetto.
Per il cavaliere desideroso di progredire il saper riconoscere la paura per quel che è, osservarla, analizzarne i meccanismi, sarà l’elemento decisivo che gli permetterà di gestirla e liberarsene. Con questo scopo, sulla falsariga generale del volume di Bernard Chris e Monica BarbierS’épanouir à cheval : Equitation et développement personnel (edizioni Belin 2006), già consultato in precedenza in merito ad alcuni temperamenti tipici dei cavalieri (+ info: clicca qui), testo che ha incontrato un enorme successo tra i lettori francesi, iniziamo a prendere in considerazione alcune semplici idee che tuttavia possono aiutare molto cavalieri ed istruttori per ciò che riguarda il “problema paura”: per superare tutte le situazioni di blocco scaturenti da questa emozione, il fisico dev’essere cicatrizzato e guarito, l’esperienza riconosciuta per quel che è stata e non ingigantita – dunque compresa e accettata, liberata dal suo carico emozionale. In questa prima parte affronteremo le origini più comuni delle paure dei cavalieri.

Un’esperienza traumatica vissuta dal cavaliere:
Ogni caduta da cavallo ha un impatto fisico, mentale ed emozionale. Non tenerne conto o ignorare anche solo uno di questi aspetti può portare il cavaliere a risentire la paura ogni volta che un’esperienza simile richiama alla sua mente il reale vissuto dell’accaduto traumatico. Di fronte all’incidente, il cavaliere dovrà cercare di comprendere mentalmente, senza giudizio su di sé o sugli altri, ciò che è successo; affinché la caduta lasci meno tracce possibili e non generi ulteriori blocchi, egli deve prendere coscienza dei pensieri che lo animano ed esprimere emozionalmente ciò che sente: purtroppo, quando si cade, troppo spesso l’impatto emozionale non viene affatto considerato: «Rimonta subito a cavallo! Dimenticati e ricomincia.» Così facendo, sebbene “a caldo” il risalire in sella possa in taluni casi giovare, per altri soggetti più sensibili l’incidente non viene veramente assimilato e la memoria emozionale del dolore è pronta a risorgere in ogni istante, alla minima occasione, cosicché il “blocco” inizierà a instaurarsi lentamente. Non va nemmeno trascurato il fatto che il cavallo percepisce ed interpreta tutte le emozioni umane, specie quelle connesse alla paura, in quanto erbivoro predato.

Un brutto circolo vizioso può essere alle porte se il cavaliere non è sinceramente in grado di isolare l’evento come “ciò che può capitare andando a cavallo”; è per lui necessario guardare l’accaduto dall’esterno, fare un bilancio, scandagliare se stesso a fondo per capire se è pronto o meno a tornare in sella, se vuole affrontare il rischio di cadere di nuovo, cosa sempre probabile. In equitazione, infatti, la componente di rischio va assunta consapevolmente e deve essere tenuta presente, non deve mai cogliere impreparati. I rischi di caduta, i rischi d’incidente anche nel lavoro a terra con un cavallo sono veri rischi e devono essere previsti come possibilità, ma non sono e non devono mai diventare un obbligo!

Per l’istruttore, che per far veramente bene il suo lavoro dev’essere anche un po’ psicologo di uomini e cavalli, è dunque necessario saper valutare quale approccio usare per fronteggiare la paura che può instaurarsi nell’allievo dopo un incidente, stando bene attento però ad interpretare nel modo corretto il soggetto che ha di fronte, in base a tutti gli elementi in suo possesso (il prossimo approfondimento riguarderà infatti i diversi atteggiamenti di fronte alla paura). Sono principalmente due gli approcci percorribili per l’istruttore che si trova a dover fronteggiare un evento traumatico occorso al suo allievo:

  • L’approccio comportamentista che mira alla eliminazione del sintomo della manifestazione della paura, attraverso tecniche di familiarizzazione e assuefazione allo stimolo fobico, basate su meccanismi di condizionamento (“risali subito in sella e ripeti quello che stavi facendo”).
  • L’approccio cognitivista, finalizzato invece all’eliminazione della causa della possibile e futura paura, si rivolge invece alla percezione e alla valutazione degli stimoli o eventi etichettati come pericolosi (sdrammatizzare senza però rendere del tutto irrilevante l’accaduto, invito all’esternazione e analisi dell’incidente da parte dell’allievo stesso, confronto sui diversi punti di vista, valutazione oggettiva della volontà di tornare in sella).

    un simpatico esempio di cadute rocambolesche sdrammatizzate: in tal modo difficilmente influiranno negativamente sulla psiche

Un’esperienza traumatizzante non direttamente vissuta ma di cui ci si è appropriati:
Dai risultati di molte ricerche empiriche si giunge alla conclusione per la quale potenzialmente qualsiasi oggetto, persona o evento può essere vissuto come pericoloso e quindi indurre l’emozione paura. Il sistema di trasmissione delle paure dai genitori e dagli educatori in genere è molto impregnante: «non fare questo, non fare quello… è pericoloso», «non galoppare tanto veloce, finirai per cadere». Molto utilizzato nel nostro sistema educativo per prevenire i problemi, controllare l’autonomia e i desideri d’indipendenza, questo sistema, anche se ha la sua utilità, lascia spesso tracce indelebili. Le storie traumatiche che si raccontano tra cavalieri con tanti dettagli, le cadute alle quali si ha immancabilmente assistito ci condizionano e alimentano involontariamente le nostre paure. Perfino la scena di un film emotivamente forte o il passaggio di un libro particolarmente eloquente, a volte rafforzano questa emozione. Questo “sistema della cartina di tornasole”, in cui il cavaliere assorbe ciò che vede, sente o legge sui pericoli dell’equitazione, è più frequente di quanto non si creda; alcune persone sono più sensibili di altre, e qualche volta viene rafforzato da un’educazione genitoriale troppo conservativa, che fa perdere di autonomia il soggetto.

Le paure ancestrali o mitologiche:
Si ritrovano paure ancestrali in numerosi miti e simboli. Il celestiale cavallo bianco rappresenta l’istinto controllato, padroneggiato, sublimato: è «la più nobile conquista dell’uomo», secondo la celebre formula di Buffon. Ma non esiste conquista eterna e, a dispetto di questa immagine luminosa, il cavallo delle tenebre prosegue in fondo a noi la sua corsa infernale. Il cavallo, il messaggero, talvolta è simbolo benefico, talaltra malefico; portatore di speranza, conduce verso la felicità. Maometto viene portato verso il paradiso da Alborak, la bianca giumenta alata. Ma il cavallo è anche simbolo di animalità distruttrice che guida verso la morte, l’apocalisse. Il cavallo nero conduce nel regno degli inferi, il reame dei morti; simboleggia l’impetuosità dei desideri e delle pulsioni irrazionali che generano la totale perdita di controllo, l’incontro con l’ignoto. L’uomo che tiene tra le gambe un cavallo è fragile, le sue strutture interne non sono adeguate alla potenza dell’animale. Le forze inconsce dell’uomo rischiano in ogni momento di essere ridate all’animale! Queste paure vengono da tanto lontano che si è persa la memoria della loro origine, come la paura dell’ignoto, dell’Altro, del cambiamento, di ciò che è diverso… informazioni che abbiamo ereditato contemporaneamente alla nostra umanità, e che rafforzano ciò che è stato appena citato.

Non va tuttavia dimenticato che la paura non è solo un’emozione negativa.



© Riproduzione riservata – B.S.; foto A.B.; Nota bene: nessuna conseguenza né per il cavallo, né per il cavaliere in seguito alla caduta della foto di copertina dell’articolo.



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