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Un sistema che non risparmia nessuno – Confessioni di un cavaliere fallito

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08/08/2021 #nonètutt’oro

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Un sistema che non risparmia nessuno – Confessioni di un cavaliere fallito 1

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Da qualche giorno il web equestre è invaso da post, commenti e articoli riguardanti il triste episodio avvenuto in occasione della gara di qualifica a squadre alle Olimpiadi di Tokyo, lo scorso venerdì, 6 agosto, quello che ha visto protagonisti il cavaliere irlandese Shane Sweetnam e il suo cavallo Alejandro. A mente fredda, metto “sul paniere della discussione” uno screening, spero oggettivo, di quanto accaduto: con l’unico scopo di farci riflettere tutti…

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Shane e Alejandro sono stati il primo binomio a scendere in campo per difendere i colori dell’Irlanda nel salto ostacoli a squadre di Tokyo 2020. Secondo il nuovo regolamento (da molti criticato fin dalla sua ideazione), ciascuna squadra è composta non più da quattro binomi, ma da tre. Questo significa che non è più possibile scartare il peggior risultato dei quattro, il cosiddetto drop-score. Il ritiro di un binomio equivale all’eliminazione per l’intero team.

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Tutti e tre i risultati ottenuti han fatto somma per decretare la classifica finale di ogni squadra. Il percorso di Shane e Alejandro, binomio apripista della squadra irlandese, inizia bene, tutto sembra filare liscio. Ma ad un certo punto accade qualcosa. A partire dalla doppia gabbia, Alejandro inizia a saltare in modo molto strano. Aggancia malamente il verticale successivo con i posteriori, il cavaliere rischia di cadere. Recuperato l’equilibrio, Shane dirige Alejandro sul muro numero sette; il cavallo lo supera con uno sforzo davvero esagerato. Il binomio sembra in seria difficoltà, ma nonostante tutto prosegue sull’oxer successivo. Alejandro tenta invano di staccare, ma cade letteralmente sopra l’ostacolo travolgendo le barriere che lo compongono. Una cosa analoga accade anche sull’oxer successivo, solo che questa volta lo sforzo è tale da far precipitare Alejandro al suolo, sbalzando Shane fuori di sella.
Fortunatamente, entrambi gli atleti sono usciti illesi da questo brutto incidente, che avrebbe anche potuto procurare loro conseguenze decisamente più gravi.

In questi giorni ho letto molti post e commenti relativi all’episodio in questione. Mi pare che, in estrema sintesi, le posizioni più quotate siano due, tra loro opposte. Chi condanna il comportamento del cavaliere irlandese reputandolo vergognoso, e chi invece prova a giustificarlo, esprimendo solidarietà nei suoi confronti.

I fautori della prima posizione sostengono che Shane avrebbe dovuto ritirarsi, pensando in primis al benessere del suo cavallo; e anche al suo, visto che entrambi avrebbero potuto vedersela decisamente (più) brutta. Secondo questa prima visione, non è in alcun modo giustificabile la scelta di mettere a repentaglio l’incolumità propria e quella del proprio cavallo, nemmeno se in palio c’è una medaglia olimpica, sogno di ogni sportivo. Insomma, la sicurezza e il benessere di cavallo e cavaliere vengono prima di tutto, anche di un’Olimpiade.
Chi si schiera a favore della seconda posizione invece, tende a giustificare la scelta del cavaliere irlandese, sostenendo che egli è semplicemente vittima di un regolamento ingiusto e insensato. Che cosa avrebbe dovuto fare Shane di diverso da ciò che ha fatto? Si è trovato in difficoltà, come spesso si vede accadere anche a cavalieri di altissimo livello. Solo che lui, in questo caso, con questo regolamento, non aveva veramente una scelta. Ritirarsi avrebbe significato l’immediata eliminazione della squadra irlandese. Sotto questa pressione, è più che comprensibile la decisione di Shane di continuare, di provarci. In sintesi, lo sport viene prima di tutto, a maggior ragione se si tratta di un’Olimpiade.  Il regolamento non l’ha deciso Shane Sweetnam. Se ci sono da prendere dei rischi, non c’è altra scelta: vanno presi, costi quel che costi.

Ora, la mia intenzione non è quella di esprimere un giudizio personale su Sweetnam, né di schierarmi a favore di una delle due posizioni sopra indicate, che tendono a condannare o a difendere il comportamento del cavaliere irlandese. Quello che vorrei fare qui con voi è riflettere sulle cause che hanno creato le condizioni che hanno permesso che questo incidente si verificasse. Onestamente ritengo che entrambe le opposte visioni sopra descritte siano comprensibili, se considerate ciascuna alla luce della gerarchia di valori che ne è alla base.

Proprio questo conflitto tra il benessere del cavallo, da un lato, e le esigenze dello sport, dall’altro, è stato in larga parte la causa della mia crisi come cavaliere di salto ostacoli. Ho già espresso molte delle mie perplessità sull’attuale sistema che regola gli sport equestri, e sui presupposti sui quali si basa, negli articoli precedenti. Ora che ne sono fuori da diversi anni, sarebbe sin troppo facile per me, ed anche estremamente ipocrita, condannare questo episodio in modo categorico, senza pormi il problema di come ciò sia potuto accadere. Perché, a mio avviso, è questa la vera domanda da porsi. Qual è il meccanismo che ha fatto si che Shane prendesse la decisione di continuare il percorso, nonostante le evidentissime difficoltà del suo cavallo?

Mi sono sentito come in una missione suicida – ha dichiarato il cavaliere irlandese poco dopo l’incidente –  non era possibile scartare il peggior risultato… non c’era via d’uscita”. Parole decisamente forti, che si addicono più ad un contesto bellico che a quello sportivo. E da queste poche parole si può comprendere lo stato emotivo in cui Shane ha preso la decisione, in pochi secondi, di continuare il percorso.
Dunque prima di tutto invito i cavalieri che pensano: “Io al suo posto mi sarei senz’altro ritirato, non ho alcun dubbio”, a riflettere molto bene, e con estrema sincerità verso se stessi.

Cosa avrei fatto io al posto di Shane Sweetnam, quando ancora ero un cavaliere di salto ostacoli? Impossibile saperlo. Bisognerebbe trovarsi esattamente in quella situazione per poterne essere davvero sicuri. Bisognerebbe aver investito ciò che lui ha investito per arrivare alla partecipazione olimpica. Bisognerebbe aver fatto i sacrifici che lui ha fatto per poter capire davvero come si è sentito in quel momento. Bisognerebbe aver sentito la pressione che lui ha sentito ed ha vissuto, in quel momento. La pressione dei compagni di squadra, del capo equipe, degli sponsor, dei proprietari. La consapevolezza che dalla sua decisione sarebbe dipesa molta della sua carriera futura.

Cosa avrei fatto io, proprio non lo so. Certo è che Shane ha scelto di continuare. Ha dovuto prendere una decisione istintiva, in pochi secondi, senza poter davvero riflettere a fondo su ciò che stava accadendo. Ha deciso in base a ciò che in quel momento ha sentito più giusto, sulla base delle sue convinzioni e pressioni, e ha scelto di andare avanti. E, badate bene, non sto dicendo che Sweetnam non sia responsabile per le conseguenze delle sue scelte. Certamente poteva fermarsi. Ma non lo ha fatto. Per arrivare dove è arrivato lui, questo sistema impone di avere una gerarchia di valori ben precisa.

Il punto qui non è condannare o assolvere Sweetnam per la sua decisione. Il punto è rendersi conto che questo sistema, questo modo di pensare l’equitazione, non risparmia nessuno. E non mi riferisco solo all’ultima modifica del regolamento, che certamente non ha migliorato la situazione. Ma non si può liquidare questa vicenda attribuendo tutta la colpa ad una regola infame. Quante altre norme del regolamento non sono altro che un vile compromesso per consentire uno sport che col benessere del cavallo non ha più (se mai lo ha avuto) nulla a che fare? E quante polemiche ipocrite vengono fatte quotidianamente per questioni “accessorie e cosmetiche”, quando, per essere onesti e giusti nei confronti dei cavalli, dovremmo mettere in discussione questo sistema nelle sue fondamenta?

A fare le spese di tutto ciò non sono solo i cavalli, animali indifesi che non possono far altro che subire le nostre decisioni. Anche i cavalieri (pur di altissimo livello, come si è visto in questo caso), subiscono le conseguenze psicologiche dovute al fatto di essere stati condizionati da questo sistema, fino ad anteporre un risultato sportivo al benessere e alla sicurezza propria e del proprio cavallo.

Quanti Alejandro dovranno ancora “cappottarsi” prima di capire che non è il regolamento ad essere sbagliato, non è un cavaliere che prende una decisione sulla base dei condizionamenti che ha ricevuto a dover essere messo alla gogna, ma è la gerarchia dei valori su cui si basa questo sport che, forse, andrebbe completamente ripensata?

© Pietro Borgia; riproduzione riservata; in copertina Shane Sweetnam of Ireland falls from Alejandro at the 9th fence during the jumping team qualifier at the 2020 Tokyo Summer Olympic Games. in copertina Sweetnam & Alejandro credits profilo fb S. Sweetnam

Brendan Moran/Sportsfile /www.independent.ie

English :

A system that spares no one

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Redazione EQIN
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