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Il cavallo non è una bicicletta: focus sulla sua educazione e gestione

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13 marzo 2017 – #focus in collaborazione con Horse Angels

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E’ difficile fare una stima del numero di equini domestici che esistono in Italia, visto che l’anagrafe equidi va rafforzata perché possa fotografare con più esattezza la situazione del paese. Ancora tante nascite, passaggi di mano e decessi sfuggono alla registrazione. Parliamo comunque di un numero di soggetti che crea un comparto e un interesse. Molti di questi vivono in scuderie aperte al pubblico, altri presso scuderie e aziende agricole private.  Se, da una parte, molti equini convivono pacificamente con gli umani, grazie anche ad un percorso educativo che li rende collaborativi a diverse attività che possono svolgere, altri non hanno potuto beneficiare di educazione ad attività da condurre con le persone e sono quelli a maggiore rischio di macellazione precoce.

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Il cavallo non è infatti una bicicletta… non è in modo automatico pronto a praticare attività equestri, uscire in passeggiata, essere sottoposto a tutta una serie di emozioni, ma anche di stress, che possono discendere dall’integrazione al contesto umano in cui vivono. E’ tra i primari doveri dei proprietari educare i cavalli, se hanno intenzione di conviverci ed esercitarci anche attività di tipo equestre. Tale dovere non discende però da leggi e regolamenti, bensì dal buon senso.

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Fino a qualche decennio fa i cavalli nascevano in contesti dove vi erano figure che sin dalla nascita li preparavano a servire l’uomo. Oggi le persone possono non avere mai avuto un cavallo, o parenti che ne avessero, e decidere di punto in bianco di averne uno, divenendo incautamente proprietari vuoi per moda, per sfizio, per facilità di reperire soggetti a basso costo scartati dall’agonismo e improvvisandosi cavalieri, amazzoni e allevatori senza averne le competenze che nulla vieta di acquisire strada facendo: ma tutto ha un prezzo di tempo, denaro, fatica. Il cavallo non è per tutti. Spesso gli equini a basso costo o regalati provengono da allevamenti non etici, oppure si tratta di individui scartati dall’agonismo perché portatori di tare di salute o comportamentali.

Benché gratis o a basso costo, non è affatto detto che siano adatti a principianti. Allo stesso modo, non è scontato che un cavallo, solo perché costoso, vada in mano a persone che abbiano la sensibilità e i mezzi per gestirlo in modo consono alla sua natura. In generale, quanto più il cavallo ha dei problemi, vuoi di salute o comportamentali, quanto più necessiterebbe di persone esperte per il suo recupero. Per il cavallo, esattamente come per il bambino, i primi anni di vita e la fase di apprendimento costituiscono dei passi fondamentali per un assetto emotivo equilibrato di fondo. Le esigenze di mercato impongono di velocizzare l’addestramento ma non sono compatibili con le necessità etologiche di sviluppo fisico ed emotivo dei cavalli che richiederebbero un apprendimento lento e graduale, con un imprinting precoce ma poi una messa a sella tardiva, aspettando il pieno sviluppo dell’animale, che può variare da razza a razza, ma per la messa a sella non dovrebbe mai avvenire prima dei 3 anni e mezzo.

Il corretto addestramento oggi si preferisce definirlo educazione e richiede un vissuto adeguato in tutte le fasi di crescita cognitiva, relazionale e sociale del cavallo. Tutto importa, tutto ha un suo peso e concorrerà a determinare un soggetto equilibrato: l’ambiente di crescita, la prossimità con individui della stessa specie, le occasioni relazionali, l’esposizione alle esperienze, il tempo necessario per l’apprendimento, l’atteggiamento dell’educatore, l’attaccamento o distacco che si pongono tra il soggetto da educare, il suo educatore e le altre figure di riferimento.

L’educazione del cavallo, specialmente ad attività anche complesse, non è facile e non è alla portata di chi manca di tatto, di vocazione, di esperienza e di competenze specifiche. L’amore per gli animali non basta. E neppure la tecnica equestre. Il cavallo legge le emozioni degli umani e ne dà una sua interpretazione: il disagio, la frustrazione, la mancanza di empatia possono lasciare cicatrici profonde nel processo di crescita, fino a determinare opposizioni e introversioni poi difficili da rimediare. Non tutti i proprietari, e specialmente quelli incauti, si rendono conto che il ricorso ad un educatore non è alla portata di tutte le tasche. Non parliamo di un cane, dove bene o male l’educatore cinofilo è ovunque e relativamente economico. Inoltre, esistono sul mercato addestratori tradizionali che ancora oggi utilizzano metodi e mezzi coercitivi. Numerose associazioni, sia animaliste che tecnico settoriali, hanno preso posizione sostenendo che i metodi utilizzati per l’educazione del cavallo alle attività equestri incidono sul carattere, sull’emotività e sul comportamento dell’animale e quindi che determinati metodi sarebbero da archiviare per passare oltre, tenendo conto dei moderni sviluppi di scienza ed etologia, nonché di sensibilità del pubblico. In mancanza di una legge nazionale di tutela specifica del cavallo, basandosi sui meri regolamenti sportivi, è però difficile punire con adeguata severità e isolare, quando non allontanare, chi non ha una sensibilità in proprio per evolversi ai metodi più progressisti ed empatici per l’educazione del cavallo.

Per raggiungere determinati obiettivi di lavoro o agonistici, purtroppo talvolta si insegna ancora al cavallo a fare o non fare determinate cose tramite la paura della punizione, il dolore, il traumaHorse Angels difende la posizione in base alla quale i metodi e le strumentazioni coercitive sono da considerarsi, sia eticamente sia legalmente, alla pari del maltrattamento.

Innanzitutto vorremmo fosse pensionata la parola addestramento (“rendere destro”, abile, idoneo) preferendovi la parola educazione perché ha un’accezione più costruttiva e positiva (rendere sinistro, volenteroso, disponibile). L’addestramento parla ancora di dominanza dell’uomo sull’animale, mentre l’educazione si focalizza sulla libera cooperazione e dunque sulla relazione affettiva. Attualmente si assiste alla prevalenza di addestratori nel mondo del cavallo italiano che ancora fanno riferimento a metodi di lavoro di tipo “militare”, poco adatti alla situazione attuale di tanti proprietari, o aspiranti tali, affini a cavalli prevalentemente da compagnia e da accompagnamento ludico/sportivo, senza particolari esigenze agonistiche o di lavoro. Questi addestratori tradizionali faticano ad adeguarsi alla contemporaneità e agli sviluppi dell’etologia relazionale. Quest’ultima ha preso corpo dal lavoro di etologi di cavalli che hanno studiato il tema della dominanza equina osservando i branchi in natura ed evidenziando come “dominio” non sia il termine giusto per descrivere il comportamento dei soggetti alpha, ma andrebbe sostituito con la parola autorevolezza. Essa indica il ruolo privilegiato che alcuni soggetti hanno rispetto ad altri e quindi va a determinare la gerarchia in un gruppo di animali che coesistono in un territorio per decidere chi ha la priorità di accesso a risorse come il cibo, il posto per riposarsi e l’accoppiamento. L’autorevolezza presuppone la mancanza di aggressività e si riferisce a una pacifica natura di relazioni sociali dove i conflitti sono risolti usando modalità il più delle volte dimostrative della potenza, puntando però a comportamenti pacificatori che eludono un conflitto fisico troppo marcato e quindi dannoso per i contendenti. Un equino appartenente allo stesso branco non vuole arrivare al conflitto fisico, per non mettere in pericolo la sua salute e quella del branco intero. Quindi l’autorevolezza per diventare i capi del branco si manifesta spesso con una serie di comportamenti rituali atti proprio a evitare il conflitto fisico senza causare danni o ferite, stabilendo però le regole per la gestione delle risorse e per la sicurezza del branco. Ogni addestramento di base che impiega la paura e la punizione per costringere a fare determinate cose può preludere a problemi relazionali.

La legge italiana sulla tutela animale:

Si tratta della legge 20 luglio 2004 n° 189, titolata “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate”, che modifica il titolo IX bis del Codice Penale ‘Dei delitti contro il sentimento degli animali’. In particolare, l’art. 7 della Legge 201/2010 tratta esplicitamente di addestramento: «Nessun animale da compagnia può essere addestrato con metodi che possono danneggiare la sua salute e il suo benessere, in particolare costringendo l’animale a oltrepassare le sue capacità o forza naturale, o utilizzando mezzi artificiali che causano dolori, sofferenze e angosce inutili».  La Legge 189/2004 apporta innovazione, rispetto ai decenni precedenti, aprendo il sipario all’animale non più come una cosa, ma piuttosto come un essere senziente, dotato di esigenze e diritti in proprio, per il solo fatto di esistere. In particolare, l’art. 544-ter, nel punire il maltrattamento di animali, include tra le varie categorie sanzionabili anche modalità di educazione e addestramento in passato tollerate in quanto non disciplinate da specifica normativa. Esso recita: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 a 18 mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro». Già molte sentenze hanno qualificato come ‘lesioni’ non soltanto quelle puramente fisiche, ma anche quelle che ledono l’integrità psicofisica degli animali.

Il reato di maltrattamento nell’addestramento va letto all’interno dell’art. 544-ter c.p., in particolar modo nella dicitura «Chiunque per crudeltà o senza necessità». La crudeltà è un atto concreto e volontario di inflizione di sofferenze. Secondo le attuali interpretazioni, non è necessario il solo scopo della malvagità, anche la mera insensibilità e indifferenza dell’autore per atti di per sé oggettivamente crudeli può rientrare nel maltrattamento: per la serie, l’ignoranza non è una scusa!

Le categorie di condotte offensive possono essere psichiche (isolamento, privazioni sociali, addestramento); fisiche (violenza gratuita di ogni tipo, occasionale o abitudinaria: fame, sete, incrudelimenti nel campo del lavoro con fruste, finimenti, eccesso di fatica, impiego antifisiologico, mattazioni con mezzi dolorosi, attività sportiva con animali come bersagli od oggetto di divertimento, ecc.); genetiche o meccaniche (selezioni genetiche o interventi su cromosomi per ottenere prestazioni o produzioni anomali); e ambientali (costrizione in esasperate situazioni di cattività). Cfr. A. Valastro, ‘La tutela penale degli animali: problemi e prospettive’ (2012), in L. Lombardi Vallauri, S. Castignone (a cura di), Trattato di biodiritto. La questione animale, Milano, Giuffrè Editore, 2012, pp. 629- 674, qui pp. 653-654.

Le tecniche attuali di educazione basate sull’approccio cognitivo, sociale ed emotivo sono scientificamente provate e dimostrano che i metodi etologicamente rispettosi, basati sulla volontà di creare un rapporto di fiducia con l’animale sono l’unico modo scientificamente possibile e umanamente accettabile per l’educazione e l’addestramento di animali che devono cooperare con l’uomo per attività ludico ricreative, idem sportive, piuttosto che socialmente utili.

La Corte di Cassazione, sez. III sentenza 43230/02, stabilisce che si tratta di sofferenza non necessaria nello specifico «quando si tratti soltanto della convenienza e opportunità di reprimere comportamenti eventualmente molesti dell’animale che possano trovare adeguata correzione in trattamenti educativi etologicamente informati e quindi privi di ogni forma di violenza o accanimento».  Quindi l’azione di utilizzare i metodi coercitivi integra il reato di maltrattamento di cui all’art. 544-ter c.p.

Appare chiaro che non si può parlare di alcuna necessità per giustificare l’utilizzo di metodi basati su forza, costrizione e violenza, bensì di volontà o ignoranza. La prima presuppone la preterintenzionalità e la seconda la colposità. In entrambi i casi è reato.

Il problema è uno solo: il cavallo non è nel nostro ordinamento un animale d’affezione, ma da allevamento o da reddito, quindi l’applicazione delle norme di cui sopra risulta di fatto peggiorativa, discrezionale, spesso ignorata.

Conclusioni

Se per gli animali d’affezione, come cane e gatto, è oggi apertamente riconosciuto e stabilito da numerose sentenze che l’addestramento violento è maltrattamento, la strada è ancora lunga per animali come i cavalli, che non rientrano nel nostro ordinamento tra gli animali d’affezione. Quando anagrafati come animali da macello i cavalli sfuggono a protezioni che potrebbero riguardarli laddove i legislatori si riferiscono agli animali d’affezione. Quando registrati come equini sportivi rientrano negli animali da reddito, non comunque animali considerati, ai fini dell’ordinamento giuridico, d’affezione. In alcune nazioni si è ovviato a queste problematiche elaborando una legge di protezione specifica per i cavalli che affronta politiche di responsabilizzazione nel possesso degli equini, politiche di sensibilizzazione per combattere il maltrattamento e l’abbandono opportunistico, norme che prendono in considerazione l’intero arco di vita dell’animale, le moltiplicità di impieghi e offrono risposte coerenti e al passo con i tempi e l’attuale sensibilità. Si spera che la prossima legislatura italiana metta mano a questa lacuna e ci doni, infine, una legge quadro di tutela per i cavalli che ci aiuti a mettere al bando gli addestratori violenti, come è già stato fatto nel settore dei cani, godendo questi ultimi di uno status di tutela giuridicamente più rilevante.

© Riproduzione riservata – Roberta Ravello – Presidente Horse Angels Onlus

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