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Consumismo equestre – Confessioni di un cavaliere fallito

Consumismo equestre – Confessioni di un cavaliere fallito
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05 agosto 2020 #nonètuttoro

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L’argomento che voglio esporvi in questo articolo mi è stato suggerito dalla recente lettura di un estratto del libro in uscita, “Guida al rispetto del cavallo”, di Giulia Gaibazzi.

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Abbiamo tanti “cavallini di madreperla” da… considerare davvero

In questo estratto dal suo libro Giulia tocca un tema su cui avrei da molto tempo voluto riflettere con voi: come il modello consumistico in cui viviamo influisce sul mondo dell’equitazione e quali conseguenze questo comporti in termini di relazione uomo-cavallo.

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Vi parlerò, come al solito, a partire dalla mia esperienza personale.

Fino a non molto tempo fa, pensavo che il modello di società in cui viviamo oggi fosse il migliore possibile. Una società moderna, avanzata, basata sulla crescita e, in larga parte, sul consumo. Una società fondata sulla forte competizione tra individui separati, tra aziende concorrenti e tra Stati antagonisti. Cosa potrebbe esserci di più “naturale” per l’essere umano? In effetti, la natura funziona così: i forti sopravvivono, i deboli soccombono. E, comunque, in quale altro modo potrebbero funzionare le cose? There is no alternative, come proclamava Margaret Thatcher. Non c’è alternativa. Punto. Non riusciamo ad immaginarla…

Lo stesso ragionamento si può applicare, ovviamente, anche al “mio” mondo, il mondo dell’equitazione sportiva. E, infatti, così ho fatto. Prima di tutto, pensavo che per diventare “qualcuno”, avrei dovuto impegnarmi con tutto me stesso per riuscire a farcela.

“Uno su mille ce la fa”, ricordate la celebre canzone di Gianni Morandi? Solo i migliori, i più determinati, i più motivati, riescono ad arrivare “in cima”. E io, mi ero giurato, sarei stato uno di quelli.

Tuttavia, questo sistema di pensiero portava con sé delle ripercussioni anche sul mio modo di intendere la relazione con i cavalli.  Anche per loro valeva, in fondo, lo stesso principio: solo i più forti vincono. I deboli, gli incapaci e gli inadatti sono destinati ad essere lasciati indietro, a soccombere. Nella pratica, questo si traduceva in una convinzione, e sfociava in azioni ben precise: per poter avanzare e progredire nella mia carriera di cavaliere ad un certo punto era necessario “cambiare cavallo” (e – andando avanti nella carriera – cavalli, visto che uno non era più sufficiente per stare dietro al ritmo imposto dalle sempre più frequenti e impegnative  gare). Questo significa in sostanza che, una volta raggiunto il livello massimo di gare che un determinato soggetto poteva darmi, avrei dovuto darlo via per acquisirne un altro – o altri – di livello superiore, con più mezzi, più capacità. Cavalli dunque che, nel mio caso come di molti altri, consentissero al cavaliere di salire di categoria.

Il fatto è che, per me, ogni volta che si trattava di accompagnare il cavallo ormai diventato obsoleto al van che lo avrebbe portato via per sempre, una parte di me avvertiva una grande tristezza, una sensazione enorme di lutto. Ricordo anche di aver pianto, qualche volta.
Ho provato in diverse occasioni a manifestare questa mia sensazione di tristezza alle persone a me vicine. Le risposte di “consolazione” che arrivavano erano tutte del tipo: “Lo so, ti capisco: è triste. Ma se vuoi migliorare funziona così”. Oppure: “Non preoccuparti, andrà sicuramente a stare bene!”. O ancora: “Noi puoi mica tenerti tutti i cavalli con cui lavori!”. Certo, questi erano (e sono) tutti argomenti ragionevoli per un adulto razionale, per uno che ha deciso di porre l’agonismo come primo obiettivo nella propria vita con i cavalli, e dunque si è adattato al sistema, quello vigente, quello “in essere”, condiviso dai più.

Ma, come ho già avuto modo di illustrarvi, ora sono consapevole del fatto che dentro di me abitino diverse istanze, diverse parti (+ info: clicca qui), ivi comprese anche parti più piccole e indifese, che comunque chiedono risposte, chiedono di essere prese in considerazione, almeno un po’. E necessitano, ora più che mai, di essere ascoltate profondamente, comprese e guidate. Ecco, mi rendo conto solo adesso di aver ignorato e sepolto le grida di dolore di quella mia piccola parte in lutto per il fatto di aver “dovuto” abbandonare tanti amici, compagni di giochi, lavoro comune, esperimenti, sport e avventure. Amici con i quali avevo condiviso molto e che, comunque, mi sarebbero mancati davvero tanto… troppo.

Molte volte mi è capitato di pensare ai cavalli che ho “dovuto” lasciar andare, lasciar partire. E anche oggi mi succede spesso. Quando accade, sento ancora una sensazione particolare, una sorta di malinconia. È la stessa sensazione che provo quando penso ad un caro amico, magari uno di quegli inseparabili amici dell’infanzia, dal quale “la vita”, con le sue “strane storie” e vicissitudini, mi ha infine allontanato.

Ho sepolto tutto questo sotto una montagna di scuse e giustificazioni. E ho spesso anestetizzato questo dolore con l’inevitabile e scontata euforia, quell’eccitazione data dall’arrivo di un cavallo “nuovo”: un (quasi) ignoto nuovo compagno. Quello che, con buone probabilità, mi avrebbe permesso di raggiungere livelli sportivi sempre più alti.

Secondo il poeta e Filosofo marco Guzzi – che in una sua conferenza a Fano nel 2018, parafrasava l’antropologo René Girard – una volta che i loro bisogni naturali sono soddisfatti, mangiare, dormire, un tetto, un vestito… gli uomini desiderano intensamente, ma senza sapere che cosa. Essi, gli umani, non hanno alcun desiderio proprio, istintivo. Ciò che è proprio del desiderio è di non aver nulla di proprio. Tanto è vero che voi avrete assistito alla scena di due bambini che giocano in una stanza. Hanno dieci giocattoli vicino. Ad un certo punto uno prende uno dei dieci giocattoli. Che succede? Che l’altro, normalmente, lo desidera.

Noi (esseri umani) non abbiamo un desiderio proprio. Per questo, normalmente, desideriamo in forma mimetica, cioè desideriamo quello che desiderano gli altri. Desideriamo quello che vediamo che gli altri desiderano.

Desideriamo il successo, il denaro, perché siamo convinti che questo ci darà soddisfazione e appagherà questa nostra fame.

Viviamo oggi in una società strutturata sul desiderio inutile, che chiamiamo consumismo. Il consumismo è una società fondata su desideri inutili, se non dannosi, che debbono essere sempre sollecitati, risvegliati e anche inventati.

Ecco, il meccanismo di cui ho parlato poco fa, quello che ci spinge a “cambiare cavallo” quando non va più bene per i nostri obiettivi, si potrebbe, a mio avviso, definire “consumismo equestre”. Lo fanno gli altri, e per questo desideriamo farlo anche noi. Funziona così. Si tratta di un altro di quelli che, in alcuni miei precedenti articoli, ho definito ”dogmi intoccabili”,  che difficilmente siamo disposti a mettere in discussione… soprattutto noi agonisti spinti!

In sostanza, ciò che sentiva la mia parte in lutto della quale vi ho parlato prima, era già vissuta allora come una tremenda ingiustizia. Ingiustizia data dal fatto di dover sacrificare ciò che ogni vero amante dei cavalli in realtà desidera più di ogni altra cosa: stabilire una relazione profonda e autentica con questi meravigliosi animali, costituita da vera amicizia e, se ci capiamo, amore. Troppe volte mi son trovato costretto a sacrificare tutto questo per un effimero desiderio di successo, frutto della cultura competitiva e consumistica in cui mi trovavo a vivere – e in cui tutti ancora ci troviamo -, e rispetto alla quale non sono stato in grado di fare altro se non adattarmi…

In conclusione, voglio ringraziare ancora una volta Giulia Gaibazzi per avermi dato lo spunto, con la sua commovente storia sul “Cavallino di Madreperla”, per indagare un tema che, tuttora, mi tocca profondamente. Ciò che, come adulto, posso promettere alla mia piccola parte ferita, è che mai più mi troverò a “dover” sacrificare la relazione con i cavalli in nome del consumismo equestre.

© Pietro Borgia; riproduzione riservata; in copertina: foto © EqIn

 

 

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