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La storia di Sara e la puledra Alice: persistere, nonostante difficoltà e ostacoli

La storia di Sara e la puledra Alice: persistere, nonostante difficoltà e ostacoli
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#equestrianstory

Emotivamente colpiti nel profondo da un video condiviso tramite i social network, abbiamo stabilito alcuni contatti con i protagonisti di una storia tanto dolorosa e difficile quanto… straordinariamente a lieto fine. Eccola: 

“Sara, mettiti in macchina e vieni, è un ‘ragno’ di sedici chili”… era la mezzanotte del 22 marzo 2022 quando è iniziata la storia di Sara, la proprietaria, ed Alice, la neonata puledra. Smartin Sailor è con Sara da dodici anni: all’alba dei suoi diciotto è diventata mamma di una figlia di Yankee Gun, stallone del Million Dollar Rider Gennaro Lendi. La puledra Alice, dunque, ha ottimi natali da reining.

Per non lasciare nulla al caso, Sara aveva prudentemente deciso di portare la cavalla in clinica, sin dall’ultimo mese di gestazione. Questa decisione è stata la salvezza di Alice, Giggia per gli amici, nata morta, prematura di una ventina di giorni, a causa di un’infezione uterina (una placentite discendente), il tipo più subdolo e raro che interessa tutta la placenta all’improvviso, e non lascia il tempo di sortire effetto a qualsivoglia cura antibiotica.

Abbiamo raggiunto al telefono la dottoressa Ferrone, capo veterinario della succitata clinica – La Calandrina, centro di inseminazione e riproduzione equina, transfer embrionali, inseminazione e neonatologia nata nel 1998 nei pressi del Lago di Bracciano -, che ci ha spiegato come le gravidanze non abbiano in realtà scadenze precise, ma possano portare fino a 40 giorni di ritardo, e soprattutto che il puledro matura nell’ultima settimana di gestazione. Le placentiti non sono rare, tutt’altro; in genere però si originano dalla vulva, e sono dunque ascendenti e più semplici da combattere repentinamente (lo streptococco, che ne è causa, è un batterio piuttosto comune tra i cavalli).

Per Alice non è stato certo il modo auspicato di venire al mondo: intubata, setticemica (afflitta da un batterio che si riproduce nel sangue), non matura tanto da non avere ossa degli arti calcificate, ma solo cartilaginee. Sara l’ha trovata con le gambe ghiacciate, le gengive viola (segni di importanti problemi cardio circolatori) coperta da un pile usato per un levriero (tanto era minuta) con i suoi 17 chili contro i 45/50 di un puledro ‘normale’. Scarsissime dunque le possibilità della neonata di avere una crescita compatibile con la vita da cavallo; ancor meno chances di diventare agonista; questi sono stati i fatti palesati a Sara dalla dottoressa Ferrone: “le prime 48/72 ore sono decisive per la sopravvivenza, ma sarà solo l’inizio, perché i veri problemi arriveranno dopo”.

Visto l’impegno e la costanza che il decorso avrebbe richiesto, la dottoressa Ferrone le aveva consigliato l’università di Bologna, per la disponibilità di personale e l’esperienza su casi simili; tuttavia Sara interpretò l’indicazione come il comodo delegare una situazione, un problema tutto suo, non potendo ovviamente trasferirsi in Emilia Romagna; e poi, un viaggio di cinque ore con la puledra allacciata all’ossigeno non pareva comunque una cosa concretamente fattibile.

Agli occhi di molti, quello di Alice era un caso disperato che in pochi avrebbero portato avanti; è difficile trovare proprietari, e ancor di più allevatori, che per pura affezione affrontino tutte le terapie necessarie, le quali risultano onerose sia economicamente, sia in termini di tempo; i cavalli sportivi devono produrre puledri sportivi, dunque sani; quando così non accade, l’eutanasia è la scelta più frequente.

Per Sara tuttavia è lapalissiano un unico fatto, tra le mille difficoltà per la sopravvivenza della puledra: non opterà per l’eutanasia se Alice manifesterà comunque “voglia di vivere”; non la lascerà, non finché è lecito, ovvero senza sfociare nell’accanimento terapeutico. E così è stato; Alice è stata in terapia intensiva e sotto ossigeno per quattro decisivi giorni: nelle prime 24 ore non si alimentava da sola, la mamma veniva munta e il suo prezioso latte somministrato alla piccola. Nonostante tutto il trambusto e gli ‘umani’ che le ronzavano intorno, Smartin è stata una mamma provetta: ha odorato e riconosciuto la piccola, comprensiva e in disparte come se sapesse che lei non poteva fare di meglio per aiutare la sua creatura. All’inizio Smartin era indifferente; sollevata dall’occuparsi direttamente della sua piccola, aveva cominciato a ‘mandare via il latte’: si è dunque iniziata una terapia di supporto farmacologico anche per lei, al fine di farle mantenere la lattazione; veniva inoltre munta ogni mezz’ora, come avrebbe fatto la sua puledra se avesse potuto.

“È raro che la cavalla non voglia il suo puledro; ma è stato comunque un sollievo, se avessimo dovuto affrontare la terapia con latte artificiale probabilmente Alice non sarebbe sopravvissuta, provata già da un intestino prematuro non sarebbe riuscita a digerire altro latte se non quello della madre”. Durante i due mesi e mezzo trascorsi in clinica, la dottoressa Ferrone si è imposta affinché madre e figlia convivessero a stretto contatto nel box, e poi nel piccolo paddock di 4 metri per 4 costruito per far sì che potessero stare qualche ora all’aria aperta e sotto al sole, indubbiamente benefico per entrambe.

“Sara è stata brava, il suo amore smisurato per gli animali l’ha guidata; voleva salvare Alice, renderla capace di vivere come un animale normale, compatibile con la vita”, ci ha detto la Ferrone. Spronata dal carattere di Alice, ostinato e caparbio, Sara ha dedicato tutta se stessa in questa lotta finalizzata a rendere compatibile alla vita la piccola Alice…

Per affrontare le molte spese, Sara si è infatti trovata a dover fare rinunce importanti alle quali si sono aggiunti problemi al lavoro, visto l’impegno diurno e notturno al quale era devota, soprattutto durante la prima settimana di terapia intensiva, tra antibiotici e flebo di gastroprotettori.

Superato il primo step della sopravvivenza, come predetto dalla dott.ssa Ferrone, è arrivato un momento veramente tragico, con gli RX che hanno presentato uno schiacciamento al livello del carpo che ha reso necessarie ingessature fisse sugli anteriori e fasciature semirigide sui posteriori, le quali andavano cambiate ogni due giorni (con un tempo totale di decorrenza pari a quarantacinque giorni); questo iter, unito alla costante presenza dell’uomo e allo spazio angusto in cui erano costrette lei e la mamma, hanno inoltre causato ad Alice una concomitante ulcera gastrica.

Tuttavia, sebbene nuove problematiche continuavano a presentarsi, i gessi davano stabilità alla puledra, che ne approfittava per poggiarvi tutto il suo peso, avendo, per forza di cose, una muscolatura ipotonica. Dopo due mesi tra box al chiuso e all’aperto, la stanchezza e lo sconforto hanno preso il sopravvento su tutti, specie quando, tolti i gessi, Alice risultava letteralmente piegata al contrario sugli arti anteriori, era ‘caduta’ sui carpi con un’angolazione di 90°, condizione dolorosissima che non le permetteva di stare in piedi e quindi di muoversi e alimentarsi da sola, con parecchia sofferenza.

A quel punto è stato determinante l’ausilio del veterinario ortopedico Gioacchino Ventura, al quale Sara già si era affidata in precedenza, sebbene per casi meno gravi; Sara ricorda bene le sue parole: “non ti preoccupare in qualche modo la metteremo in piedi e tutto andrà bene”; “i cavalli sono pieni di risorse e compensano le loro deficienze, la puledra è tenace e piena di grinta, sopravviverà”. Il dott. Ventura interpellato al telefono ci ha confessato: “non c’è uno schema preciso da seguire, il vizio non viene corretto finché viene sostenuto. Era importate togliere i gessi al più presto e stimolare le strutture perché potesse assumere un atteggiamento diverso. Alice è nata senza ossa del carpo, non c’era materiale radioopaceo all’interno del ginocchio. Ma nel momento i cui noi veterinari possiamo fare qualcosa, è nostro dovere farlo”. Alla fine, “è andato tutto come speravo che andasse, ed è da premiare la perseveranza di Sara”.

Ma per giungere al lieto fine nella lotta alla sopravvivenza di Alice ancora altre battaglie dovevano essere affrontate: dopo un mese, la puledra era arrivata a pesare 30 chili ma non riusciva ancora a sostenersi; la maggior parte dei veterinari interpellati continuavano a consigliare a Sara la soppressione. Ma lei non si è arresa: ha interpellato un professionista di fisioterapia umana per mettere a punto un tutore (simile a quello che si usa per il ginocchio o il gomito degli uomini) che limitasse ad Alice l’iperestensione, ma le permettesse la flessione in avanti, cosi da darle la possibilità di stare in piedi. Da quel momento è iniziato anche il lungo percorso della fisioterapia passiva: Sara con altre due ragazze, Arianna e Nicole, è stata istruita dal dott. Ventura sui movimenti da far compiere ad Alice che doveva essere presa letteralmente in braccio e manipolata con esercizi specifici di un quarto d’ora, intervallati da mezz’ora di pausa, massaggi decontratturanti con l’arnica e piegamenti.

Finite ferie, permessi, ritardi continui al lavoro, Sara faceva le notti e poi attaccava al lavoro: ritmi concitati che hanno ovviamente portato a problemi e richiami. Da li un’alternanza di umori; in alcuni giorni sembrava che la puledra rispondesse bene, in altri era intrattabile, fino ad arrivare al terzo crollo: appena Alice ha cominciato a mettere su peso è sopraggiunta anche una deviazione degli arti anteriori. La fortuna di Sara è stata di avere accanto grandi professionisti; il terzo ad entrare in campo è stato Federico Macchiola, maniscalco, che ha iniziato subito a lavorare con delle resine, prima come spessore e poi come estensore, con una scadenza di cinque giorni all’inizio, poi ogni dieci, fino ad arrivare al pareggio ogni venti giorni.

“Appena l’ho vista ho pensato fosse un caso impossibile, aveva tanti difetti di appiombo, ma alla fine si è rivelata un’esperienza fantastica. Sara mi spronava, questi casi prima li prendi come professionista e poi diventano tuoi”. Nel raccontarci il suo approccio, Macchiola ci ha spiegato: “Prima ho rialzato un po’ la parte interna del piede dal tallone alla punta, la parte mediale, poi, dopo dieci giorni ho esteso da punta a tallone; dopo altri dieci, da quarto a tallone per far raddrizzare il carpo (ginocchio). All’inizio ho dovuto lavorare anche sul nodello e tutto l’arto, contavo che in tre mesi avrei raggiunto dei buoni risultati che invece sono sopravvenuti prima, in due mesi e mezzo. Ora la puledra è dritta e si muove agevolmente in qualsiasi tipo di asperità. Le resine sono state applicate fino ai primi di settembre, sono state poi rimosse prima dall’anteriore destro e poi dal sinistro”. “Quando le resine sono venute meno ho sentito una stretta al cuore: ce l’abbiamo fatta”, ci ha raccontato Sara con un sospiro di sollievo.

Ripetute le lastre a quasi sei mesi d’età, la puledra risulta compatibile con la vita, ipertonica sugli estensori e meno tonica sui flessori. “Ho creduto nella puledra dal primo istante, vista la sua grinta (la cazzimma in dialetto napoletano), con tutti i suoi gesti manifestava il carattere, e poi è nata il giorno in cui morì il mio primo cavallo (salvato da maltrattamenti), coincidenza che mi ha spinto a dare fiducia ad Alice, grazie anche alla madre che è stata bravissima”, ha proseguito Sara. “Sono contenta di essermi affidata alle mie buone sensazioni e all’impegno mostrato dal dott. Ventura che, per venirmi incontro, ha pure ridotto a zero i suoi oneri”.

Noi di Equestrian Insights siamo venuti a conoscenza della storia di Alice grazie ad un video pubblicato da Sara, che ci ha spiegato: “Ho pubblicato il video per un motivo, quale messaggio di speranza che in quel periodo, in quei momenti di lotta, mi sarebbe piaciuto, mentre facevo la notte, aprire un social e vedere un messaggio positivo che sicuramente mi avrebbe dato un pochino di forza. I social sono un potente mezzo, se usati bene”.

Oggi a sette mesi e dieci giorni, Alice ha un nome ufficiale approvato dall’America Quarter Horse: Smart Sweet Gun, nome degno della genealogia che porta. Poco più di dieci giorni fa è stata portata in un allevamento ad Anguillara dove, coadiuvata da un’altra puledra che si potrebbe definire ormai la sua sorella maggiore, ha portato a compimento l’allontanamento dalle sue due mamme, l’equina e l’umana, dalle quali è stata cresciuta viziata, un po’ per necessità, un po’ per scelta ma dalle quali è ora si distacchi, per mettersi in paro con le sue coetanee. “Il distacco ha turbato più me che loro”, ci ha confidato Sara commossa.

Le due torneranno poi in tempistiche diverse alla Tenuta il Palombaro sull’Appia Antica, da dove sono partite, e dove le attende un paddock di diciassette ettari pronto ad accoglierle.

“In tutta questa avventura la dottoressa Ferrone, nonostante gli alti e bassi, complicità e scontri è stata quella che ha rianimato Alice e l’ha accompagnata alla vita nei successivi due giorni e di questo le sono e le sarò sempre grata”. Sara ci congeda così ringraziando chi l’ha accompagnata in questa avventura dove la resilienza, la passione e la dedizione sono state le chiavi del successo, lieto fine che siamo certi andasse condiviso con i nostri lettori:

È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione“. (Charles Peguy).

La storia di Sara e la puledra Alice: persistere, nonostante difficoltà e ostacoli 3

(17 novembre 2022) © S.Scatolini Modigliani (rev. B.S.); riproduzione vietata testo e foto.

 

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Redazione EQIN
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