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 L’Italia tra i primi consumatori di carne equina – Comunicato Horse Angels

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06 marzo 2017

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Tradizionalmente gli italiani sono tra i maggiori consumatori di carne di cavallo nel mondo. Secondo il database Eurostat (2014), il consumo medio annuo è di un chilo in Italia, superata solo dal Belgio (1,2), alla pari con l’Olanda, e seguita da Lussemburgo (0,7) e Francia (0,5). Il consumo però è concentrato in poche Regioni: soprattutto Veneto, Puglia, Emilia-Romagna, Sardegna, Sicilia, Lombardia e Piemonte. Nel 2013, quando scoppiò a livello continentale lo scandalo della carne equina passata per bovina, mettendo in luce la scarsa trasparenza e tracciabilità della filiera, la Coldiretti spiegò in una nota sulla situazione italiana che il consumo annuo era di 42,5 milioni di chili e la produzione nazionale del tutto insufficiente a soddisfare la domanda. Nel 2012, sempre secondo Coldiretti, i macelli italiani “producevano” 16,5 milioni di chili di carne equina (per la gran maggioranza di cavallo), ma l’organizzazione degli agricoltori stimava che appena il 25% del consumo derivava da animali nati, allevati e macellati nel nostro paese, mentre la stragrande maggioranza proveniva dall’estero, senza l’obbligo di indicarne l’origine nella vendita al dettaglio.  I paesi di maggiore importazione risultano essere l’est Europa, poi Francia e Spagna e da ultimo l’importazione di carne congelata dalle Americhe.

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Secondo l’Humane Society International, nell’Unione europea si macellano circa 250 mila cavalli l’anno, il maggior numero dei quali in Italia e in Francia. Per soddisfare la domanda si importa anche da Paesi extra Ue, come l’America Latina e il Canada.

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La tabella seguente (Fonte Agri Istat) indica il numero di equini macellati direttamente in Italia:

2005    137.644
2006    167.139
2007      99.971
2008      99.091
2009      84.063
2010      67.005
2011      62.237
2012      72.387
2013      53.234
2014      42.482
2015      35.368
2016      42.739

VIAGGI DELLA MORTE

Di routine decine di migliaia di equini vivi compiono lunghi viaggi da altri paesi europei per finire nei macelli italiani. Nel 2010, per esempio, ne sono stati importati 51.653, di cui 50.175 dall’Europa, e macellati 67.005. In molti casi, dov’è tradizione mangiare carne di cavallo, i consumatori chiedono “carne fresca” macellata localmente, ma sono del tutto ignari del fatto che per lo più gli animali provengono da molto lontano e sono spesso trasportati in pessime condizioni. Benché oltre un milione di cittadini europei abbia chiesto alla Commissione di fissare il limite massimo di 8 ore per il trasporto di animali vivi in Europa, e nel dicembre 2012 l’abbia chiesto con un voto anche il Parlamento europeo, per ora questo limite non c’è  e rimangono comunque forti problemi sull’applicazione del Regolamento del 2005 sul trasporto di animali vivi, in particolare per quanto riguarda i controlli e le sanzioni.

VUOTI NORMATIVI

I regolamenti europei sull’etichettatura delle carni (da ultimo il 1337/2013) non riguardano conigli ed equini. Gli stessi produttori italiani paventano nuove frodi alimentari e chiedono interventi per garantire la tracciabilità della carne equina. Alle carenze della normativa europea si sommano quelle della legislazione italiana. Da noi il cavallo versa in una posizione di ambiguità. Da una parte i cavalli registrati in anagrafe come non macellabili, per i quali non è necessario un registro di farmaci (e dunque chi fa agonismo con i cavalli tende a preferire questo tipo di registrazione), dall’altro gli equini registrati da macello, che possono tuttavia fare attività equestri (con registro dei farmaci impiegati) prima di andare al macello. Purtroppo, come si evidenza anche dalla cronaca, è facile aggirare questo divieto (bastano macelli compiacenti affilati alla rete della zoomafia). Per di più  l’anagrafe equina richiede una riforma, solo da poco ha una gestione unica sul territorio nazionale. Solo che non riflette se non in parte la reale consistenza e non sempre garantisce l’effettiva tracciabilità degli animali. Dal 25 marzo 2015, dopo una lunga serie di vicissitudini amministrative, è attiva presso il ministero delle Politiche agricole la Banca dati equidi (BDE). “Attualmente – si legge sul sito – sono registrati circa 450.000 equidi di cui 420.000 vivi, la maggior parte sono cavalli (420.000) seguito da muli, asini e bardotti mentre sono circa 70.000 le aziende per un totale di 125.000 proprietari di cavalli”.

Non ci si può stupire se cavalli ancora intestati ad ignari proprietari si ritrovano magari nel racket della macellazione abusiva, piuttosto che delle corse clandestine.

UN MALE DIFFICILE DA ESPUGNARE

Il riconoscimento degli equini come animali d’affezione appare un traguardo difficile senza opportuni stanziamenti per il mantenimento a vita degli equini indesiderati. L’esempio dei paesi anglosassoni, dove il consumeo di carne equina, in modo consapevole, è tabù, lascia margini di interpretazione.

Da una parte gli USA, che vietano la macellazione, dal 2006, entro i confini nazionali… ma non l’esportazione per il macello, dunque il problema è spostato verso il Canada e il Messico, determinando oltre al danno anche la beffa di trasporti a lunga distanza e, per quanto riguarda il Messico, stabilimenti di macellazione dove il risparmio della sofferenza inutile ancora non stabilito da adeguata normativa.

Dall’altra la Gran Bretagna, dove non si macellano equini per il circuito alimentare umano, ma nulla vieta che siano abbattutti per il circuito alimentare dei pets e dove l’eutanasia è uno strumento considerato “normale” per terminare la vita di equini che i proprietari non vogliono più mantenere.

L’eutanasia, come strumento per evitare gli abbandoni e la macellazione, è praticata in tanti paesi occidentali, ma ancora non è legittimata in Italia se non per casi ove sia un veterinario a certificare la mancanza di dignità di vita. In questo paese sono molti gli obiettori, anche a fronte di equini con gravi disabilità. Tali obiettori non hanno nulla da obiettare – però – se l’interruzione opportunistica della vita avviene tramite macellazione, lasciando dunque pensare che sia un problema di responsabilità e di normativa poco chiara in questo senso, più che una questione morale.

L’ITALIA

In Italia il problema è difficile da affrontare. Benché la maggior parte degli italiani, secondo Eurostat, sia favorevole al riconoscimento degli equini come animali d’affezione, le lobby economiche contrarie sono molto forti e di contro le misure possibili per arginare la piaga degli abbandoni opportunistici (quando l’equino non serve più) poche.

In questa situazione, nonostante i molteplici tentativi di raccolte di firme, non si stanno facendo grossi passi avanti per arrivare alla calendarizzazione della discussione in aula parlamentare.

Le iniziative parlamentari per una maggiore tutela degli equini sono state diverse nel corso delle ultime 3 legislature, ma la strada appare ancora lunga per implementare le misure di coerenza con il destino ultimo.

© Riproduzione riservata – Horse Angels

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