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Tra mimica e realtà di cavalli aggressivi: gli accorgimenti e il racconto di Antonello Radicchi

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#Equestrian Insights  – 31 gennaio 2017

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“Un cavallo ha le potenzialità fisiche di farci del male. Molto raramente anche l’intenzione. Quando queste due caratteristiche si uniscono, il pericoloso può risultare assolutamente reale. I cavalli possono essere naturalmente aggressivi, o indotti ad esserlo. Al primo impatto non è semplice valutare se la sua aggressione sia naturale o indotta, se il suo comportamento sia dovuto a difesa o dominanza, soprattutto se non conosciamo la storia del soggetto. Quello che dobbiamo comprendere è che la nostra, e conseguentemente la loro, sicurezza è in pericolo. E’ necessario interagire per educare o rieducare i cavalli aggressivi, prendendo le dovute precauzioni. Prima di procedere oltre, è necessario riconoscere che la maggior parte degli atteggiamenti aggressivi sono “indotti”, cioè causati dall’uomo. Un cavallo che si sente a disagio, al quale (anche senza volerlo) vengono causate delle sofferenze, è un cavallo che può scegliere di difendersi. […]”.

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Intervista ad Antonello Radicchi ("Do you speak equis?")

Antonello Radicchi, autore del volume “Do You speak Equis?”

Con queste opportune specificazioni e importanti ammonimenti inizia la riflessione e il racconto di Antonello Radicchi, impegnato nell’interpretazione dell’atteggiamento del cavallo aggressivo (Parte XVI del suo Do you speak Equis? Interazioni comunicative cavezza e filetto – Volume I, pp. 175 sg.); quando, manifestamente, tutta la mimica facciale e il corpo del cavallo ci indicano aggressività è dunque necessario prestare attenzione per cercare di stabilire e creare una proficua e pacifica relazione con lui. Bisogna tuttavia anche essere in grado di interpretare in quali occasioni il cavallo manifesta aggressività, senza fermarsi alla prima sbrigativa risposta, che quasi mai è quella corretta: come chiarisce Radicchi nelle righe che seguono, alcuni atteggiamenti aggressivi dei cavalli sono assolutamente dipendenti dall’ambiente in cui l’animale è collocato, dal senso di protezione o di vulnerabilità che in esso vi riscontra… 

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Cavalli aggressivi: l'utile analisi e il racconto di Antonello Radicchi 2

“La prima caratteristica di un cavallo aggressivo è che domina lo spazio e ogni intromissione per lui costituisce una minaccia o un pericolo. Affinché i parametri di sicurezza vengano ristabiliti, dobbiamo insegnargli a cedere lo spazio senza esitare. Servono atteggiamenti realmente convinti e motivati. Esitare, indietreggiare, anche in modo non voluto è pericoloso. Il “Vai via!”, sarà inizialmente applicato dall’esterno del tondino, in modo da avere una reale barriera fisica frapposta fra noi ed il cavallo in caso di emergenza. […] Tuttavia, mi è successo più di una volta che il cavallo si opponesse e rispondesse in modo ancora più aggressivo ai miei tentativi di dominanza dall’esterno del tondino, senza nessun cenno di cessione dello spazio. Ho letto libri, consultato esperti, ma senza trovare mai una spiegazione soddisfacente”.

“La spiegazione mi è caduta tra le mani un giorno in cui ho messo uno stallone di otto anni, molto equilibrato, in un paddock confinante con altri delimitato da recinzione elettrica, che ospitavano un castrone alla sua destra ed un puledro di tre anni alla sua sinistra. Lo stallone andrò subito ad aggredire il puledro nel tentativo di sottometterlo, con la conseguenza che il giovane scappò a gambe levate, portandosi il più lontano possibile da lui, con l’evidente soddisfazione del maschio dominante. Fatto ciò, il nostro amico si portò energicamente verso il paddock del castrone, che con grande sorpresa rimase immobile a pochissimi centimetri dalla recinzione senza battere ciglio. Lo stallone rimase stupito più di me e si prodigò nei migliori numeri del suo repertorio: impennate, cariche da più angolazioni che avrebbero fatto vacillare anche i cuori più impavidi, ma niente. Il castrone rimaneva lì con la sua aria strafottente scacciando con indifferenza le mosche con la coda: non si era allontanato di un millimetro, non aveva degnato lo stallone neanche di uno sguardo. Rimasi incuriosito, ma non collegai subito la cosa e me ne andai. La sera tornai a prendere lo stallone per portarlo nel box e notai una cosa strabiliante. Anche il puledro di tre anni non rispondeva più alle sue cariche. Certo non era impassibile come il castrone, ma anche lui sostava vicino al recinto dello stallone senza più portarsi nella parte più distante. Indignato lo stallone tentava ancora di scacciare via il puledro, ma in maniera sempre meno convinta: il fallimento iniziava a fiaccare le sue convinzioni. Cominciai a riflettere….”

Cavalli aggressivi: l'utile analisi e il racconto di Antonello Radicchi

“Era chiaro: il puledro in poco tempo, aveva sviluppato la coscienza dell’invalicabilità della recinzione, adattando i suoi comportamenti di conseguenza. Era possibile il processo inverso?… Poteva un cavallo sviluppare aggressività se si sentiva al sicuro da un’interazione diretta? La cosa non mi convinceva ancora”.

“Continuai per qualche tempo a mettere lo stallone nel solito paddock centrale: e non succedeva nulla di più di quanto detto, se non che le cariche iniziavano a scemare sempre di più. Finché un giorno non notai una cosa diversa: il puledro di 3 anni rispondeva con grande intensità alle cariche dello stallone opponendosi ad esso e restituendo “pan per focaccia”, per nulla intimidito. E non stavano giocando. Mi venne spontanea una domanda. Se non ci fosse stata la recinzione elettrica, come sarebbero andate le cose? Sicuramente non in questo modo. Il giovane sarebbe fuggito a gambe levate con tutto il fiato che aveva in corpo. Ero certo di questo”.

“Quindi la mia ipotesi doveva essere corretta. In taluni casi il cavallo poteva sviluppare una mimica aggressiva, a patto che si sentisse protetto da un’interazione reale con il vicino. Mi si aprì una porta che guardava orizzonti poco conosciuti […]”.

“Nel caso specifico, fa riflettere che un semplice filo elettrico possa in qualche modo dare un senso di protezione e indurre comportamenti conseguenti. Una prima spiegazione mi venne in mente: può essere che all’aumentare dei parametri di sicurezza si annullino i meccanismi di difesa (la fuga del puledro), che a loro volta lasceranno spazio affinché s’instaurino meccanismi diversi (l’inaspettata aggressività del puledro). [….] Un’altra considerazione potrebbe essere quella della necessità di conservare dei piccoli parametri di vulnerabilità del cavallo – affinché lui mantenga il proprio ruolo e non tenti di prevaricarci, se noi siamo all’esterno del tondino. Comunque sia, iniziai a vedere le cose in maniera diversa e mi comportai di conseguenza. Costruii in mezzo al tondino un palo di diametro molto largo in modo che se le mie convinzioni si fossero rivelate sbagliate, potevo godere di una condizione di relativa sicurezza usando il palo per ripararmi dalle cariche del cavallo. Mi capitò più volte di dover interagire con cavalli (apparentemente) aggressivi, ma non ce ne fu mai bisogno. Le mie teorie erano giuste. Il palo è ancora lì, un monumento all’ignoranza. La mia. […] Tuttora ho un cavallo, Da Vinci di Reschio, con queste caratteristiche: se si passa o si sosta vicino al suo box, e la finestra è chiusa, ti carica come se volesse mangiarti, mettendoci tutta la sua convinzione; ma una volta aperta la porta è un cavallo dolcissimo: è sempre un giovane stallone con gli ormoni che circolano, ma è un buon cavallo, niente a che vedere con la tigre della finestra chiusa”.

© Antonello Radicchi – Riproduzione riservata – estratto dal libro Do you speak Equis? Interazioni comunicative cavezza e filetto – Volume I per gentile concessione di Equitare Casa Editrice. 

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> Leggi anche l’intervista ad Antonello Radicchi: clicca qui

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“La prima caratteristica di un cavallo aggressivo è che domina lo spazio e ogni intromissione per lui costituisce una minaccia o un pericolo. Affinché i parametri di sicurezza vengano ristabiliti, dobbiamo insegnargli a cedere lo spazio senza esitare. Servono atteggiamenti realmente convinti e motivati. Esitare, indietreggiare, anche in modo non voluto è pericoloso. Il “Vai via!”, sarà inizialmente applicato dall’esterno del tondino, in modo da avere una reale barriera fisica frapposta fra noi ed il cavallo in caso di emergenza. […] Tuttavia, mi è successo più di una volta che il cavallo si opponesse e rispondesse in modo ancora più aggressivo ai miei tentativi di dominanza dall’esterno del tondino, senza nessun cenno di cessione dello spazio. Ho letto libri, consultato esperti, ma senza trovare mai una spiegazione soddisfacente.

La spiegazione mi è caduta tra le mani un giorno in cui ho messo uno stallone di otto anni, molto equilibrato, in un paddock confinante con altri delimitato da recinzione elettrica, che ospitavano un castrone alla sua destra ed un puledro di tre anni alla sua sinistra. Lo stallone andrò subito ad aggredire il puledro nel tentativo di sottometterlo, con la conseguenza che il giovane scappò a gambe levate, portandosi il più lontano possibile da lui, con l’evidente soddisfazione del maschio dominante. Fatto ciò, il nostro amico si portò energicamente verso il paddock del castrone, che con grande sorpresa rimase immobile a pochissimi centimetri dalla recinzione senza battere ciglio. Lo stallone rimase stupito più di me e si prodigò nei migliori numeri del suo repertorio: impennate, cariche da più angolazioni che avrebbero fatto vacillare anche i cuori più impavidi, ma niente. Il castrone rimaneva lì con la sua aria strafottente scacciando con indifferenza le mosche con la coda: non si era allontanato di un millimetro, non aveva degnato lo stallone neanche di uno sguardo. Rimasi incuriosito, ma non collegai subito la cosa e me ne andai. La sera tornai a prendere lo stallone per portarlo nel box e notai una cosa strabiliante. Anche il puledro di tre anni non rispondeva più alle sue cariche. Certo non era impassibile come il castrone, ma anche lui sostava vicino al recinto dello stallone senza più portarsi nella parte più distante. Indignato lo stallone tentava ancora di scacciare via il puledro, ma in maniera sempre meno convinta: il fallimento iniziava a fiaccare le sue convinzioni. Cominciai a riflettere….

era chiaro: il puledro in poco tempo, aveva sviluppato la coscienza dell’invalicabilità della recinzione, adattando i suoi comportamenti di conseguenza. Era possibile il processo inverso?… Poteva un cavallo sviluppare aggressività se si sentiva al sicuro da un’interazione diretta? La cosa non mi convinceva ancora.

Continuai per qualche tempo a mettere lo stallone nel solito paddock centrale: e non succedeva nulla di più di quanto detto, se non che le cariche iniziavano a scemare sempre di più. Finché un giorno non notai una cosa diversa: il puledro di 3 anni rispondeva con grande intensità alle cariche dello stallone opponendosi ad esso e restituendo “pan per focaccia”, per nulla intimidito. E non stavano giocando. Mi venne spontanea una domanda. Se non ci fosse stata la recinzione elettrica, come sarebbero andate le cose? Sicuramente non in questo modo. Il giovane sarebbe fuggito a gambe levate con tutto il fiato che aveva in corpo. Ero certo di questo.

Quindi la mia ipotesi doveva essere corretta. In taluni casi il cavallo poteva sviluppare una mimica aggressiva, a patto che si sentisse protetto da un’interazione reale con il vicino. Mi si aprì una porta che guardava orizzonti poco conosciuti […].

Nel caso specifico, fa riflettere che un semplice filo elettrico possa in qualche modo dare un senso di protezione e indurre comportamenti conseguenti. Una prima spiegazione mi venne in mente: può essere che all’aumentare dei parametri di sicurezza si annullino i meccanismi di difesa (la fuga del puledro), che a loro volta lasceranno spazio affinché s’instaurino meccanismi diversi (l’inaspettata aggressività del puledro). [….] Un’altra considerazione potrebbe essere quella della necessità di conservare dei piccoli parametri di vulnerabilità del cavallo – affinché lui mantenga il proprio ruolo e non tenti di prevaricarci, se noi siamo all’esterno del tondino. Comunque sia, iniziai a vedere le cose in maniera diversa e mi comportai di conseguenza. Costruii in mezzo al tondino un palo di diametro molto largo in modo che se le mie convinzioni si fossero rivelate sbagliate, potevo godere di una condizione di relativa sicurezza usando il palo per ripararmi dalle cariche del cavallo. Mi capitò più volte di dover interagire con cavalli (apparentemente) aggressivi, ma non ce ne fu mai bisogno. Le mie teorie erano giuste. Il palo è ancora lì, un monumento all’ignoranza. La mia. […] Tuttora ho un cavallo, Da Vinci di Reschio, con queste caratteristiche: se si passa o si sosta vicino al suo box, e la finestra è chiusa, ti carica come se volesse mangiarti, mettendoci tutta la sua convinzione; ma una volta aperta la porta è un cavallo dolcissimo: è sempre un giovane stallone con gli ormoni che circolano, ma è un buon cavallo, niente a che vedere con la tigre della finestra chiusa.

© Antonello Radicchi – Riproduzione riservata – estratto dal libro Do you speak Equis? Interazioni comunicative cavezza e filetto – Volume I per gentile concessione di Equitare Casa Editrice. 

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