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Echo chambers ed haters: quando l’attacco gratuito e il rifiuto del dialogo diventano patologia

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26 novembre 2018 #focus



Il mondo equestre è un piccolo ecosistema, dall’equilibrio molto fragile specie sotto l’aspetto comunicativo. Ed è per questo che oggi vi proponiamo delle informazioni e delle riflessioni che valgono anche extra contesto, allargato, le quali descrivono una realtà sociale (e virtuale) molto complessa: speriamo possano contribuire a fare chiarezza, a migliorare la qualità e la nostra capacità critica di porci per fronteggiare l’enorme mole di commenti ed immagini che ogni giorno ci accompagna.

Punto 1): si chiamano “echo chambers“, in italiano “casse di risonanza”: sono quei luoghi virtuali che riuniscono più persone che condividono una passione, un interesse, un credo, un ideale, magari anche nobilissimo: tuttavia, capita più o meno sempre che in questi luoghi tutti la pensino nello stesso identico modo. Se qui, in questo spazio virtuale, arriva il “contestatore” (che, si badi bene, potrebbe anche semplicemente essere una persona che ha una visione leggermente diversa da quello specifico modo di intendere le cose), avrà vita breve: la legge di polarizzazione di questi gruppi o fan page, molto nota in sociologia, vedrà costui presto aggredito, insultato e allontanato. Il suo intervento critico sull’argomento, anche se attendibile, non cambierà nella sostanza nulla, tutto resterà come prima, ognuno starà/tornerà nella sua camera di risonanza.

Eppure, le parole dovrebbero essere un ponte, ossia la principale modalità di comunicazione umana, di “messa in comune”, il modo per avvicinarsi agli altri e stabilire contatti e relazioni, non solo con chi la pensa esattamente come noi: nella differenza rispetto agli altri, ossia nel confronto, si trova il vero arricchimento personale. Le idee si possono discutere, senza tuttavia far mai venir meno il rispetto delle persone.

Oggi è purtroppo sempre più evidente che chi la vede in un certo modo, starà sempre e solo con chi la vede come lui; chi interpreta in maniera del tutto opposta, starà con chi è più propenso a leggere i fatti secondo il sentire di quel gruppo o di quella persona, specie se quest’ultima è davvero influente. Ormai è un quasi un dato di fatto. La logica del “gruppo” o della “fanpage” sui social nasce esattamente con questo intento – è nientemeno che un profilo privato allargato che riunisce più cerchie di “amici” virtuali, con scopi di riconoscimento identitario/di aggregazione: tutto il resto fuori, pur essendo (apparentemente) pubblico, di base, l’impianto!

Questa dinamica settaria è analiticamente studiata e censita ogni giorno, su tutte le latitudini e su ogni argomento/interesse, dagli esperti del settore marketing (con lo scopo principale dell’individuazione dei principali interessi del consumatore) e da sociologi e psicologi: l’opinione polarizzata (chi vede bianco, chi nero, ognuno a casa sua e assai felice di essere comodamente lì) oggi è purtroppo la principale chiave di lettura della maggior parte delle informazioni che riceviamo; precisando che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni” – Friedrich Nietzsche) e, va da sé, che tutto ciò non accade a caso, ma ha il suo bravo tornaconto per chiunque voglia facilmente indirizzare/strumentalizzare le idee e gli interessi delle persone.

Per completare il quadro: cosa fanno tutti gli altri utenti “non allineati” con l’una o con l’altra corrente di pensiero su di un determinato interesse/argomento? Subito non parlano. Aspettano. Controllano, seguono, registrano tutto, con atteggiamento quasi voyeuristico, perché prima di tutto fanno fatica a capire: vedono cosa dice A, vedono cosa dice l’antagonista B e il moderato C (che prende a caso da A e da B, di solito). Talvolta commentano e condividono a seconda del tema “più comodo” per loro in quel momento, pronti anche a cavalcare l’onda della polemica, a seconda del peso con cui questa insorge. Capita anche che alcuni, durante la “bufera”, possano essere d’accordo, contemporaneamente (sic est!) sia con chi vede bianco, sia con chi vede nero, ed allora la confusione “globale”, inevitabilmente, cresce. Eppure, condividere un’idea dovrebbe essere una responsabilità, un chiaro “far propri” pensieri, testi ed immagini solo dopo averli interpretati, valutati, compresi e quindi, magari, auspicabilmente, arricchiti con una meditazione personale. Un contributo vero.

Punto 2): consci dell’esistenza di queste “echo chambers” – dove sollevare qualsiasi discussione/confronto costruttivo è inutile se la si pensa diversamente o in maniera più articolata,- se si ha qualche interrogativo da porre – va anche detto che, allo stesso tempo, nell’ultimo periodo il fenomeno dei cosiddetti “haterson line è in costante crescita: ciò significa che la violenza verbale – che ben sappiamo non essere fatta solo di parole, ma con ricadute concrete -, oggi “si spreca”.

Questo probabilmente il “lato oscuro” dei social network, attraverso i quali, potenzialmente, siamo tutti haters. Tutti incappiamo in contenuti, persone, affermazioni che ci è permesso, con estrema facilità, di contestare acidamente, in modo denigratorio, diffamante, per “portar acqua al nostro mulino” in modo assai semplice e/o banalmente per ottenere quelle due ore di visibilità che il chiasso delle nostre, spesso sgradevoli, parole, ci porterà. Il tutto perché semplicemente non siamo d’accordo, perché detestiamo quella persona o quel gruppo, specie se è tanto in vista; o perché non sappiamo che altro dire e dunque, per essere comunque partecipi, ci accodiamo/alimentiamo il main stream del momento, giusto o sbagliato che sia; o perché noi avremmo agito in modo diverso o – banalmente e più di frequente – perché semplicemente siamo “rosiconi” o gente solo capace all’occorrenza di strumentalizzare per se stessa, nel bene o nel male, quell’evento. Senza sapere che, così facendo, anche involontariamente e con scopi distruttivi, si partecipa comunque alla crescita del ranking di engagement e di traffico del brand o del personaggio odiato, e dunque alla fine si è sempre parte dello stesso sistema: odi et amo, dalle echo chambers non si esce. Ogni giorno, tanti, troppi esempi.

Il problema è che questo atteggiamento, questa modalità di chiacchiera virtuale, sta prendendo sempre più campo. Sia per ciò che riguarda la polarizzazione delle opinioni nelle echo chambers, sia per la patologia – medicalmente riconosciuta – di alcune persone che arrivano persino a trascorrere una cospicua parte delle loro giornate stalkerando on line l’oggetto del loro interesse – prima con il “mi tagghi? Mi segui? Mi fai gli auguri di compleanno?”, poi, a fronte dell’ovvio nulla che necessariamente consegue a certe richieste, scaturisce la delusione e l’odio, e dunque ogni azione sarà rivolta a questa nuova passione. Strappando dal contesto, cercano di catturare (instagram stories, dettagli di foto ecc.) quel preciso momento che magari aspettano da tempo. Quel momento che, secondo loro, è finalmente probante la loro passione al rovescio: avevano ragione ad “odiare”…. emozione negativa, si badi bene, che nel 99% dei casi è scaturente da una delusione. Sono fin troppo frequenti i casi di ex sostenitori/fan che diventano agguerriti haters, non meno che stalker, figura oggi penalmente perseguibile.

Last but not least: quando scoppia la polemica – troppo spesso dal nulla, da eventi riproposti parzialmente e con superficialità – ci sono anche quelli che improvvisamente sono solidali, e si sprecano con vivi commenti di supporto (non richiesti) nei loro social – sempre con l’intento di ottenere una minima eco nei loro profili personali, con l’unico effetto di rinfocolare la confusione.

Che tristezza. L’opinione è libera, ma deve essere anche responsabile. Solo perché puoi esprimerti liberamente, non vuol dire che tu debba esprimerti. Solo perché sulla spuma dell’onda della tanto desiderata polemica finalmente si è sicuri di poter esprimere la propria opinione polarizzata o, va detto, prezzolata (pro o contro X od Y, o su tal tema), dunque già ben nota, non significa necessariamente che interessi agli altri. Anzi. Crea solo rumore. Nella realtà dei rapporti non virtuali non ci sono le echo chambers ovunque, non c’è solo il bianco o il nero, facciamocene una ragione.

Urge farsi delle domande. Si dice che al bar del paese un tale comportamento sarebbe  stato zittito dopo tre minuti. Le parole che scelgo, gli argomenti che esprimo, i gusti e le preferenze che esterno raccontano la persona che sono: mi rappresentano, mi incarnano. Riflettere, pensare, prendersi tutto il tempo che serve per esprimersi. Non dar fiato alla bocca, reagendo “di pancia”, ecco, crediamo fermamente siano buoni consigli.

Comportarsi come se si avesse quella persona davanti a sé in carne ed ossa: anche questo potrebbe essere un buon modo per far riflettere i tanti, troppi, haters, tuttologi, leoni da tastiera: e dovrebbe valere in generale sia per quelli che millantano di fare “informazione” ma parlano (bene o male) solo dei loro amici o nemici (convinti che la cosa non sia evidente all’esterno); sia, per ciò che concerne lo specifico del settore equestre, per quelli che sono paladini di “educazione”, “etologia”, “cura del cavallo”, ma solo nelle loro echo chambers. Vale anche per quelli che si accaniscono per trovare un movente pronto a screditare X o Y, soggetti ovviamente di chiara fama (cavoli… se cadi da lassù dove sei, per causa mia, eh beh, che godimento! Mah… e poi? Se cadesse davvero? Che succederebbe? Se l’hater perdesse il suo nemico, ovvero la sua passione primaria, quella che alimenta il suo vivere quotidiano, cosa gli resterebbe?). Onestamente, io non so se direi ad uno sconosciuto – cioè ad una persona che non conosco in carne ed ossa, con la quale non ho un rapporto – ‘hey, mister, sarai anche un figo perché fai tanti risultati ma monti come un cane, guarda che imboccatura, è evidente che hai sbarrato il cavallo, sei un c…, vergognati!”. O meglio: lo direi se volessi sicuramente tornare a casa con un occhio nero. Diversamente, cercare un confronto reale. Cercare di conoscere davvero situazioni e persone, sarebbe già un passo importante. Dire e scrivere in rete solo quello che si avrebbe il coraggio di dire di persona.

Visto che anche su richiesta esplicita di confronto verbale (telefonata, dialogo ecc.) la maggior parte degli haters rifugge, vale la pena ricordare che la diffamazione, anche virtuale nei social, è un reato. Non importa se si fanno le ig stories che si smaterializzano dopo 24 h perché non avete coraggio di postare “quel qualcosa che resta”: esistono gli screenshot.



L’espressione di un pensiero o di un’opinione racchiude spesso insidie e conseguenze, anche di natura penale, che troppo spesso vengono ignorate. L’impossibilità o comunque la difficoltà di controllare la provenienza e l’autorevolezza delle informazioni hanno posto il problema di individuare il ruolo dell’informazione e della liceità della stessa, così come il rapporto tra ciò che è considerato libertà e spontaneità della espressioni e ciò che invece sfocia inevitabilmente nel reato di diffamazione. Beh, tutto questo per gli operatori del settore (specialisti dell’informazione e avvocati) è piuttosto chiaro.

Mi sono allungata troppo, e pure in modo prolisso e pesante, me ne rendo conto. Sono tuttavia temi complessi… inevitabile chiudere rilevando che fare l’hater richiede un sacco di tempo e di energie che potrebbero essere canalizzate meglio e altrove, per se stessi prima di tutto. Riprendiamo liberamente proprio dalla rete un chiaro messaggio: “Caro/a hater: negli ultimi 3 anni hai speso 168 ore e 24 minuti a controllare gli status di X ed Y e cercare il pelo nell’uovo per prenderli per il culo, criticarli e tentare di buttarli giù. Nello stesso tempo avresti potuto imparare a parlare francese, a ballare il tango, a giocare a bowling. Avresti potuto prendere la cintura arancione di Karate e il diploma di volo su ultraleggero, leggere più di un libro, non meno che imparare a montare a cavallo. Firmato: il tuo tempo limitato su questo pianeta che stai sprecando a perseguitare X ed Y, persone che non conosci. Non è nemmeno uno sforzo che ripaga: vorrei dirti che i commenti crudeli ci tengono svegli la notte ma no, in realtà ormai finiscono nel baratro senza fondo del ma ‘sti c…, ma una vita questo non ce l’ha?”.

Per tutti coloro fossero interessati ad approfondire, ricordiamo che esiste un Progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole: http://paroleostili.com/



© Barbara Scapolo – riproduzione riservata; in copertina immagine © EqIn







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