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Con Giulia Gaibazzi e la “Guida al rispetto del cavallo”: libro che vi stupirà…

Con Giulia Gaibazzi e la "Guida al rispetto del cavallo": libro che vi stupirà...
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13 luglio 2020 #focus

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Deficit di istruzione del cavaliere e sue conseguenze (G. Heuschmann) Lieti di annunciare che a breve sarà a disposizione del pubblico (la pubblicazione è imminente tra i titoli di Equitare Casa Editrice, e sarà disponibile per la fine del mese di luglio) un’opera che, ne siamo già certi, lascerà il segno, nel pur ricco catalogo mondiale di volumi impegnati ad approfondire ed analizzare da diversi punti di vista il lungo rapporto esistente tra uomo e cavallo; focus su di una gestione oculata, sana e proficua di quest’ultimo, forti di una relationship veramente sensata e concretamente positiva anche per chi, con l’equide al proprio fianco come insostituibile compagno, fa sport.

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Stiamo parlando del nuovo libro di Giulia Gaibazzi, “Guida al rispetto del cavallo”. Opera analitica, puntuale, arricchita anche di preziosi scatti fotografici, capace di trasmettere concreta passionalità al lettore, quella nemmeno condensabile, non riassumibile “a parole” per tantissimi equestrians, ossia quella che tutti gli amanti del cavallo conoscono bene. Un libro molto impegnato, forte di una grande competenza anche in merito ai più recenti studi etologici sul cavallo, certamente questa lettura vi lascerà “sospesi” e nondimeno “sorpresi”, mentre vi troverete a provare emozioni tra loro molto diverse: tra esse, lo stupore della scoperta, la gioia insita nelle molteplici possibilità, ma anche lo sconforto – scaturente dalla presa di coscienza di quanto poco “di vero” chi frequenta assiduamente le scuderie e i suoi operatori sappia, in realtà, sui cavalli!

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Per presentarvi adeguatamente quest’opera ed alimentare in voi un’attesa (motivata), abbiamo scelto di convocare Giulia stessa, rivolgendole alcune domande:

[B.S.]: “Guida al rispetto del cavallo” è un libro suddiviso in tre parti, indicate dal sottotitolo stesso (indice nelle foto a seguire): “Garantirne il benessere psicofisico: gestione, relazione, equitazione”. Diciamolo: un programma sensato, una logica seria per una relazione stabile e proficua con qualunque equide imporrebbe una consequenzialità di queste tre sezioni – prima imparare a gestire, quindi stabilire una minima relazione, e poi praticare l’equitazione – ma ovviamente questo non si dà mai: il 99% delle persone prima sale in sella, quindi s’innamora dei cavalli, poi – se va bene – comprende anche che servono tante, tantissime competenze per stare e “fare” con loro… come potremmo tuttavia ovviare a questo inevitabile “inconveniente”, specie per i cavalli?

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per scaricare e leggere l’indice clicca qui

[G.G.]: Per rispondere dobbiamo trattare di un prerequisito fondamentalmente educativo, che riguarda tanto chi si avvicina all’equitazione come amatore, quanto i professionisti. Il cavallo non è una bicicletta, è un essere senziente capace, come tutti, di provare dolore e benessere, dotato inoltre di un forte bisogno di intessere col mondo che lo circonda –  specie per ciò che riguarda i legami sociali. Chi gli si avvicina deve pensare a questo, prima di servirsene come fosse un mezzo meccanico. Il compito primario degli insegnanti, specie quelli “di base”, è proprio spiegare come conciliare il desiderio sportivo con un sommo rispetto del cavallo. Capiamoci: non si tratta solo di etica, ma della vera chance che il cavallo dà all’uomo: poter interagire con un animale grande e gentile, che può donarci sensazioni meravigliose sia da terra che in sella e che, allo stesso tempo, ci permette di stabilire una relazione con lui, dando vita prima ad un’amicizia, poi ad una squadra… Nessuna motocicletta potrà mai darci questa meravigliosa possibilità, davvero vogliamo perderla? Serve quindi l’educazione necessaria perché le persone si rendano prima di tutto conto che hanno a che fare con un individuo da rispettare; quindi serve diffondere le conoscenze necessarie per capire anzitutto in cosa consista il rispetto del cavallo e di cosa questo animale ha veramente bisogno, vivendo al nostro fianco: questo è lo scopo primario del mio libro. Anche se le realtà positive per i cavalli sono sempre più diffuse, vi è ancora molto da fare, soprattutto in termini culturali, affinché le persone si rendano davvero conto delle reali esigenze di questo animale. Serve allora che si abbia voglia di conoscere, quindi di imparare, e persone capaci di trasmettere amore e cultura equestre.

[B.S.]: Sei molto chiara nel precisare l’intento di questo libro sin dalle sue prime battute, volume che di certo andrà ad inserirsi tra gli altri importanti titoli volti ad una corretta comprensione di questo straordinario animale, specie per chi sia davvero interessato a stabilire con il cavallo una proficua relazione. Vi è tuttavia un passaggio che mi ha molto colpito, tra le indicazioni introduttive che fornisci al tuo lettore; ad un certo punto specifichi che i cavalli riconoscono perfettamente se l’approccio con cui l’uomo si rivolge a loro coincide o meno con “un intento di cura”, “secondo le loro reali necessità”. E’ a mio avviso un punto fondamentale, che svisceri e analizzi nella seconda parte del volume, quella specificamente dedicata alla Relazione uomo/cavallo. Ci vuoi qui riassumere brevemente cosa intendi? Ma soprattutto, riesci a chiarire anche come questo “intento di cura” possa conciliarsi con le varie attività ludico-sportive, che l’uomo realizza oggi con il cavallo?

[G.G.]: L’intento di cura, dal punto di vista del cavallo di cui parlo, si rifà alla loro socialità intraspecifica e in particolare alla capacità del branco di armonizzarsi per tendere verso l’ottimizzazione della comunicazione e del grado di coordinazione tra i vari individui. E’ nota la presenza di diversi Leader nel branco che pur diversamente collaborano al fine di raggiungere una reale ottimizzazione per il gruppo intero. Essenzialmente, quello che fanno questi equidi è promuovere l’equilibrio di ogni componente, al fine di rendere davvero efficiente il branco; quando l’uomo assume questo ruolo di leader, quando è davvero capace di accrescere le competenze e il benessere emotivo e fisico del cavallo (in base alla percezione del diretto interessato, ovviamente), è naturalmente riconosciuto dal cavallo come degno di attenzione. L’uomo avrà il principale compito di far sentire sempre a suo agio il cavallo, al sicuro e motivato lungo una serie di esperienze e sensazioni sempre positive che gli permetteranno di equilibrarsi e svilupparsi come qualunque altro individuo veramente competente: i cavalli si affidano a noi spontaneamente quando riusciamo davvero a raggiungere questo livello di credibilità ai loro occhi, e dunque per loro diventiamo affidabili. L’indicazione più “comprensibile” che ho trovato per descrivere questo fenomeno è giustappunto “Intento di Cura”, in cui l’evoluzione tra uomo e cavallo avviene parallelamente, verso una maggiore coesione, attraverso lo sviluppo di competenze comuni in un ambiente positivo, costruito sulla base di un benessere reciproco. Per applicare questo approccio proficuo anche all’agonismo, serve voler apprendere, scoprire una modalità differente da quella a cui spesso e per lungo tempo siamo stati abituati, e dunque fare la scelta di interporre queste conoscenze acquisite ai meri obiettivi. Si tratta di una scelta che spesso implica in noi un cambiamento radicale, che, tuttavia, i cavalli sapranno riconoscere e ricambiare generosamente. Questo è certo. 

[B.S.]: Sommamente ingiusto far stare un cavallo solo ed esclusivamente a contatto con gli uomini, senza rapporto alcuno con i suoi conspecifici, se si ha davvero di mira il suo benessere. Su questo sei ferma e risoluta, e non ci sono compromessi che tengano, corretto?

[G.G.]: Sul bisogno di socialità sono molto chiara perché si tratta spesso di una delle più gravi mancanze nella vita dei cavalli, fondamentale per garantirne il benessere a 360°. La maggioranza dei cavalli cresce nell’isolamento sociale, attraversando le più importanti età relative al proprio sviluppo/crescita nella tristezza e monotonia dei box, e questo li priva di stimoli fondamentali per la loro crescita come individui equilibrati. La socialità non andrebbe mai negata ai puledri, e parimenti per gli adulti è di fondamentale importanza. Assunto questo fatto, i compromessi fanno parte per definizione dell’ambiente domestico: non tutti sono “buoni amici” per il nostro cavallo e spesso la transizione sociale richiede impegno, tempo e a volte anche la consapevolezza che la cura della loro socialità sarà possibile, almeno per un periodo, solo attraverso la vicinanza con recinti separati. Ci tengo a passare il principio che la vita dei cavalli può migliorare in base alle nostre possibilità gestionali e alla nostra volontà, consapevoli del fatto che uno spazio ampio e un branco equilibrato sono normalmente il livello massimo di benessere che possiamo fornirgli. Ognuno nel suo piccolo può dare una vita dignitosa al proprio cavallo. Bisogna però ammettere anche che ci sono luoghi veramente inadatti ad ospitarli, per la totale mancanza di spazio a disposizione e, dunque di interazione sociale.

[B.S.]: Nella prima parte del tuo libro “Guida al rispetto del cavallo”, quella relativa alla sua gestione, fornisci al tuo lettore anche tantissime indicazioni pratiche, che implicano anzitutto un grande ed indispensabile lavoro in team per garantire una vita sana ad ogni equide; oltre ai responsabili di scuderia e ai proprietari, fondamentale è il rapporto con veterinari e maniscalchi e soprattutto con i groom… capita spesso, tuttavia, che qualche anello di questa catena “non funzioni” come dovrebbe…

[G.G.]: La “catena” tra professionisti non funziona quando le capacità sono scarse e l’ego molto alto. Servono sicurezza in se stessi e reali conoscenze per riuscire a dare il meglio di noi nella varie collaborazioni professionali, oltre ad un obiettivo comune, ovviamente: lavorare in team per il benessere del cavallo. Per quanto riguarda i proprietari, avranno tanta più fiducia nel team quanto più questo sarà professionale e onesto; chiaramente la loro motivazione deve esser la stessa: perseguire il reale benessere del cavallo.

[B.S.]: Per venire alla terza ed ultima parte della tua opera, quella più tecnica, un punto fondamentale è quello in cui sostieni che “Tutto ciò che non si basa sul consenso del cavallo, è dannoso”. Ma per molti riconoscere questo acconsentire a fare, da parte del proprio cavallo, non è cosa scontata (e alcuni nemmeno si pongono questa domanda). Come suggerisci di fare, cosa indichi come sommamente opportuno, per sviluppare questa attenzione/sensibilità? Oppure, davvero, il “tatto equestre” non è cosa per tutti, e molti farebbero meglio a… lasciar perdere?

[G.G.]: Il consenso del cavallo si traduce, oltre che in una disposizione del soggetto – in base ai suoi trascorsi…, in una condizione muscolare di decontrazione e scioltezza. Quando questi prerequisiti mancano, durante il lavoro il cavallo deve compiere uno sforzo maggiore per mantenersi in movimento, deve cioè compensare attivamente a livello muscolare, con le ripercussioni fisiche che l’assenza di decontrazione, di equilibrio e di armonia durante la locomozione possono causare. L’eventuale dolore (piuttosto frequente, a dire il vero) imputabile al lavoro, provoca una reazione a catena di disagio e opposizioni che gli rendono molto più deleteria l’attività al nostro fianco, di quanto questa non potrebbe essere… Serve sviluppare sensibilità e empatia, nelle piccole cose prima e nelle più complesse poi, per mettersi nei panni del cavallo, comprendere “quando soffre – è a disagio con noi sulla schiena” e percepirne le alterazioni fisiche durante il lavoro (spesso, specie all’inizio, solo emotive), in modo tale da rimediare sul nascere e/o, addirittura, evitare di innescarle. Quindi è primario obiettivo sviluppare tecnica e conoscenza per agire correttamente, ma anche saper scegliere i finimenti giusti. Nel mio libro do molte indicazioni al riguardo, dalla teoria della corretta biomeccanica alle sensazioni che questa ci trasmette, a come scegliere la sella giusta e soprattutto da dove iniziare a sviluppare il nostro tatto equestre, che a mio parere è alla portata di chiunque abbia voglia di imparare, ma soprattutto di chi ami davvero i cavalli.

[B.S.]: Ultima domanda, che riguarda una questione di attualità: il tuo volume mi dà infatti modo di chiederti un’opinione in merito al fatto di cronaca, ossia l’inchiesta in corso, circa l’accaduto al cavaliere A. Kocher; sul fatto, abbiamo aperto un approfondimento e discussione sul concetto di “abuso”, in base alle FEI Regulations (+ info: clicca qui) sul quale sono intervenuti sia Francesco Vedani (+ info clicca qui) sia Pietro Borgia, ex cavaliere di livello (+ info: clicca qui). Qual è la tua opinione in merito?

[G.G.]: Il mio parere al riguardo… sono sincera, a mio avviso un comportamento simile andrebbe punito con l’allontanamento permanente del soggetto in questione dal mondo dei cavalli, qualora ovviamente l’indagine in corso sia confermata. Detto questo, il concetto di “abuso” nelle stesse regole FEI è troppo nebuloso e dunque variamente interpretabile. Lo stesso divieto di non utilizzare dispositivi che causino “eccessivo” dolore al cavallo dovrebbe farci inorridire: non si dovrebbe in nessun modo provocare dolore al cavallo!! La verità è che spesso, anche chi è ai vertici, non è in grado di riconoscere i più basilari ed evidenti stati di malessere e dissenso da parte del cavallo, frequentemente neppure se ne interessa. Il pubblico andrebbe sommamente istruito a riconoscere, ad esempio, frequenti sgroppate in gara per quello che sono, ossia nient’altro che una difesa, e non un “gioco”, una “rallegrata” da parte del cavallo – idem per ciò che riguarda code che sferzano continuamente l’aria come dissenso e mal di schiena, denti che digrignano tra capezzine serrate, teste che sbattono, andature denaturate e contratte… sono tutti – e solo – chiari segni di dolore e malessere. Se fossimo veramente istruiti e sensibili a riguardo, lo spettacolo in campo gara cambierebbe, e di parecchio.

© B. Scapolo; riproduzione riservata;

 

 

 

 

 

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