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Confessioni di un cavaliere fallito – La mia esperienza fuori dalla scatola

Confessioni di un cavaliere fallito - La mia esperienza fuori dalla scatola
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31 maggio 2020

Oggi voglio raccontarvi un’altra personale esperienza, vissuta circa due anni fa, nel momento in cui qualcosa stava radicalmente cambiando in me. La scelta di condividerla con voi è dovuta al fatto che è stata proprio questa esperienza a farmi scegliere di allontanarmi dal mondo dell’equitazione e, almeno per il momento, dai cavalli in generale. A dire la verità, più che di una scelta, si è trattato di una sorta di “causa di forza maggiore”. Cosa intendo? È molto semplice: per me, in questo momento, montare a cavallo non è più possibile.

Ad oggi, salvo un’eccezione, sono quasi due anni che non salgo in sella. Questo, credo, risulterà incredibile a chi tra voi del mondo dell’equitazione mi conosceva, ed era abituato a vedermi in concorso tutti i week end, tutto il giorno in sella, montando dieci cavalli di fila…

Prima di proseguire, voglio ringraziare tutti coloro che, ognuno a suo modo, con commenti, messaggi privati o una telefonata, mi hanno fatto avere un loro feedback riguardo al precedente articolo, intitolato: “Ciò con cui dobbiamo fare i conti”, eccolo:

Confessioni di un cavaliere fallito – ciò con cui dobbiamo fare i conti

È stato bellissimo poter ritrovare vecchi amici e pure avere l’occasione di conoscerne di nuovi. Come ho già avuto modo di dire a molti, per me è oggi di vitale importanza potermi confrontare con tutte le vostre riflessioni e considerazioni, di modo da avere il più ampio numero di punti di vista possibile sui temi che, di volta in volta, vi proporrò. Proprio a partire dagli spunti che mi avete dato, e che spero continuerete a darmi, cercherò l’ispirazione per continuare a scrivere su questa rubrica.

Ma torniamo a noi. L’esperienza che sto per condividere è arrivata al culmine di un processo di “discesa” che mi ha portato a quello che oggi posso indicare, senza alcun dubbio, come il punto più basso della mia vita. La discesa di cui parlo, per intenderci, è qualcosa che alcuni potrebbero conoscere con il nome di crisi depressiva. Ora, è noto che toccare il fondo è uno dei molti modi che tutti abbiamo per poterci dare la spinta necessaria ad avviare un processo di risalita. Non è facile per me descrivere il modo in cui tale spinta è arrivata. Penso dunque che il modo migliore per farlo sia condividere con voi una lettera che ho scritto due anni fa ad una persona che allora neppure conoscevo (ora è un amico).

Avevo trovato il suo contatto su internet, cercando disperatamente qualcuno che avesse vissuto qualcosa di simile a quello che stavo vivendo io, che sto per raccontarvi, anche se, rispetto ad allora, il mio pensiero riguardo all’equitazione ha subito un’ulteriore evoluzione. Ho scelto di condividere con voi la lettera originale che scrissi allora per farvi entrare il più possibile in quella che è stata, lo ripeto, l’esperienza che, ad oggi, non mi consente più di montare a cavallo. Almeno non ancora, non prima di essere sicuro della sincerità della mia intenzione nei confronti dei cavalli.

Ecco la lettera:

“Ciao …,

Volevo scambiare con te alcuni pensieri che ho avuto di recente. Da circa dieci anni ho avviato un’attività di addestramento cavalli da salto ostacoli. L’equitazione è sempre stata la mia ragione di vita. Fin da quando ho iniziato a montare a cavallo, qualcosa dentro di me mi diceva che quella sarebbe stata la mia vita. Tutte le scelte che ho fatto, da quelle quotidiane alle grandi decisioni, hanno sempre avuto come obiettivo la mia crescita come cavaliere e lo sviluppo della mia carriera sportiva. Ero completamente assorbito dal mio lavoro con i cavalli. Le soddisfazioni sportive arrivavano ma io non ero mai contento; avevo bisogno di sempre più cavalli, più sponsor, più proprietari, più soldi… Nonostante stessi raggiungendo gli obiettivi che mi ero fissato, avevo una grande sofferenza dentro, e non riuscivo a spiegarmi perché. Vedevo realizzarsi tutti i miei sogni e, comunque, c’era qualcosa dentro che mi diceva che non andava. Sono arrivato ad avere una forte depressione e sono dovuto ricorrere a dei farmaci per evitare il peggio. Recentemente, uscito da questa difficile situazione, ho avuto un periodo di estrema chiarezza. Credo di aver avuto accesso, per qualche settimana, ad uno stato di coscienza superiore a quello cui ero abituato. E in questo periodo, oltre a tante altre cose, mi è capitato di avere una totale repulsione per il modo in cui, fino a quel momento, avevo trattato i cavalli. A onor del vero devo dire che, nel corso della mia vita di cavaliere, ho sempre cercato – non sempre con successo – di rispettare i cavalli e affacciarmi a sistemi di equitazione basati sulla comprensione e la comunicazione. Ma questo non ha cambiato ciò che ho percepito.

È come se, fino a quel momento, fossi stato dentro ad una scatola e avessi cercato il modo migliore, meno violento possibile, di starci dentro. Il fatto è che, io credo, mi è capitato per un momento di uscire dalla scatola, di vederla dall’esterno. E quello che ho visto mi ha fatto orrore. Ho passato venti minuti ad osservare attonito la parete della selleria dove avevo appeso le mie imboccature. E pensavo solo ad una cosa: “A quale malato di mente potrebbe mai venire in mente di mettere un pezzo di ferro nella bocca di un animale così meraviglioso?”. E mi sono quindi ricordato di tutti i libri che avevo letto, i grandi classici dei Maestri, in cui si cercava il modo migliore per comunicare con il cavallo attraverso il corretto uso delle redini, gli effetti che hanno, ecc. Tutto il bel discorso sull’addestramento basato sul rinforzo negativo, il rilascio delle pressioni al momento giusto… ma per cosa? Perché un cavallo dovrebbe sopportare tutto questo? E dunque sono arrivato alla conclusione che, ho visto, tu condividi: non c’è il modo giusto di fare una cosa sbagliata. Ovviamente tutto questo ha comportato non poco sconvolgimento nella mia vita. Ho cercato sul web persone che avessero avuto un percorso simile al mio e ho trovato te. Non so esattamente cosa farò ora, sono molto confuso. Non capisco se dovrei far qualcosa per condividere quello che ho visto con quante più persone possibile, o semplicemente uscirne. Ti ringrazio di avermi dedicato un po’ del tuo tempo, a presto. Pietro”.

Rileggendo queste mie parole, scritte due anni fa (questa lettera è datata precisamente 30 maggio 2018), mi vengono ancora i brividi. Ricordo con grande nitidezza ogni sensazione, emozione e pensiero vissuti in quel periodo.

Come vi ho già accennato, ad oggi il mio pensiero circa i temi trattati in questa lettera ha subito un’ulteriore evoluzione, tuttora in corso. Nei prossimi appuntamenti vedremo di affrontare insieme alcune delle questioni che, in questi ultimi anni trascorsi, ho avuto modo di approfondire e sulle quali ho molto riflettuto.

© Pietro Borgia; riproduzione riservata; in copertina Borgia al Sunshine Tour – Vejer de la Frontera 2016 © Fotistica

 

 

 

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