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Tabù del dolore e ipocrisia | Il Moralizzatore Equestre

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21 ottobre 2017 | Il Moralizzatore Equestre

Recentemente, sulla mia pagina Facebook, ho parlato di equitazioni alternative. Non ho detto che queste equitazioni alternative non funzionano in sé e per sé. Piuttosto, ho detto che nella pratica dell’equitazione tradizionalmente intesa e diffusa – quella in cui tutti siamo stati avviati – ci sono tutti gli strumenti per fare una buona equitazione e per raggiungere obiettivi anche sportivi, anche impegnativi, nel rispetto del cavallo. Chi non ci riesce dovrebbe farsi un esamino di coscienza, su se stesso, sul suo cavallo, sulle sue scelte, non dare la colpa ad un metodo che ha dimostrato in centinaia e centinaia di anni di funzionare. La storiella della coercizione non me la bevo. Potete raccontarmi tutto quello che volete, ma l’equitazione – tutta – è fatta di azione e reazione. Non esiste un addestramento che non sia un connubio di fastidio/dolore/scomodità e gratificazione/ricompensa/comodità. La capezza coi nodi fa male. La Bitless fa male. Perfino il collare fa male (e infatti, all’occorrenza, lo si piazza in alto alla gola del cavallo). Tutti questi strumenti fanno male, se usati con le maniere forti. Certo, li posso utilizzare senza praticamente farli mai agire, o in modo tale che applichino solo una piccola parte della forza di cui sono capaci. Una mano può sfiorare, accarezzare, pizzicare, colpire, stringere: con gli strumenti è la stessa roba. Ma la finezza, la massima rispondenza al minimo stimolo (al minimo fastidio) la otteniamo solo a lavoro pressoché finito, quando già si sono codificati una serie di segnali. Per arrivare lì (al cavallo che spinna solo col peso, che si ferma con l’assetto, che si può montare senza niente, totalmente nudo) si passa comunque da un condizionamento che è fatto, ahimé, anche di pressioni (dolorose/fastidiose) e rilasci.

Io sono un povero moralizzatore, non vendo niente e non devo pertanto piacere alla gente. Non ho tabù e non evito di chiamare le cose col loro nome per paura di perdere consensi. Pertanto non mi vergogno di dire che l’addestramento passa (anche, non solo) dalla somministrazione del dolore. Beninteso, con dolore non intendo quello acuto di una pugnalata (anche se si può arrivare – in casi estremi di pericolo – anche a quello), ma ad ogni sensazione spiacevole. Dalla pressione che fa la bitless quando coi suoi incroci stringe la testa, alla semplice trazione di una capezza o del capezzone, dal colpetto di frustino alla pressione dello sperone. Perfino Parelli contempla nella fase 4 (come ultima ratio) l’applicazione di qualsiasi quantità di pressione necessaria a ottenere una risposta. Ovviamente in nessun caso, quando parlo di dolore, mi riferisco alla violenza e alla sofferenza intensa,  che sempre provoca – nel cavallo come nelle persone – terrore e paura. Terrore e paura, infatti, sono nemici dell’apprendimento e della comprensione e sono da bandire assolutamente dall’addestramento del cavallo (per questo io condanno senza appello tutte quelle tecniche che mirano ad ottenere la “resa della morte”, ovvero quello stato di abbandono tipico di alcune dome cruente). Attenzione però: benché io ammetta il ricorso al dolore,  non sto abbracciando la teoria di quel volpone del generale L’Hotte, secondo cui il cavallo esegue le nostre richieste non per compiacerci ma solo per il suo istinto di conservazione “che lo spinge ad evitare la sofferenza, rispondendo all’avvertimento che proviene dagli agenti che possono provocarla e, all’occorrenza, la produrrebbero fino all’ottenimento dell’obbedienza”. Intendiamoci: L’Hotte non era mica un pirla, era considerato il miglior allievo di Baucher e di D’Aure. Parliamo di un cavaliere eccezionale. Eppure gli sfuggiva qualcosa. Per lui il dolore (o la minaccia del dolore) era l’unico strumento per ottenere l’obbedienza. L’unico. Ecco, oggi sappiamo che è più complicata di così. Il dolore (o, per essere politicamente corretti, la scomodità, il fastidio, la pressione) in tutte le sue varie intensità è parte dell’addestramento ma non è esso stesso l’addestramento, non è tutto l’addestramento. Ci sono altre cose in ballo. Da cosa lo capisco? Beh, innanzitutto dal fatto che se noi fossimo per il cavallo esclusivamente dispensatori di sofferenza, ci vedrebbe come una minaccia, evitandoci. I cavalli, al contrario, ci cercano, apprezzano la nostra compagnia. Perchè sanno non solo che, se stanno alle regole, non proveranno dolore, ma pure che saranno gratificati quando fanno bene. Un cavallo che si fida del suo cavaliere, che ha sviluppato una serie di esperienze  positive che lo fanno sentire sicuro in sua compagnia, è un cavallo in cui diminuiscono (fino idealmente a cessare) i comportamenti di insicurezza e paura. Per questo – tra l’altro – dobbiamo essere dei cavalieri assennati e non mettere in merda i cavalli. Dobbiamo far loro capire che, facendo come diciamo noi, va tutto bene, è tutto bello. Non basta, dunque, la cessazione della scomodità quando il cavallo ci dà la risposta giusta, ma la sua positività e il suo entusiasmo vanno incentivati (con la voce, con la carezza, con un bocconcino ecc). Ottenere un cavallo che è a proprio agio e che si sente sicuro insieme a noi è la condizione fondamentale per l’inizio del lavoro.

Ho letto da qualche parte (su un sito di dressage) che il frustino ha l’effetto di mandare avanti il cavallo perché sfrutta l’istinto di fuga del cavallo, la sua paura del predatore. Molto brutto, non trovate? E molto contraddittorio, anche. L’addestramento ha proprio come base l’abbandono – nel rapporto uomo/cavallo – del meccanismo preda/predatore, che impedisce l’apprendimento, la decontrazione e la comprensione delle richieste. Istinto e ragione sono agli antipodi. Per questo non mi trovo nemmeno in quelle tecniche che utilizzano lo sguardo predatorio o che fanno scappare il cavallo all’impazzata finché è stremato. Cioè, facciamo di tutto per convincere il cavallo che siamo suoi amici e poi ci comportiamo come predatori. Mah.  Al contrario, utilizzare strumenti che possono provocare dolore fortunatamente non fa venir meno la serenità del cavallo (ovviamente se uno è in grado di usarli), per tutta una serie di motivi: 1) essi non devono essere usati in modo brutale, non devono far male al cavallo e pertanto spaventarlo. 2) dobbiamo sempre rispettare una sana progressione nell’applicazione delle pressioni, in modo da cessare l’azione non appena abbiamo una risposta positiva, senza far ricorso a una forza maggiore di quella necessaria; 3) i cavalli sono abitudinari e temono le novità; una volta capite le richieste e come esaudirle, lo strumento (che pure sanno poter provocare dolore) diventa neutro.

Nulla di tremendo, dunque. Siamo più spaventati dal dolore noi umani che gli animali. E’ una condizione che fa parte della vita, della naturalità, della normalità. Noi gente evoluta (o involuta, a seconda dei punti di vista), compriamo al supermercato la carne, le uova, la giacca di pelle. Troviamo tutto bello etichettato, asettico, e ci possiamo permettere il lusso di dimenticare che il dolore, la morte, la merda fanno parte della vita di ogni essere vivente. Per i cavalli è tutto molto più semplice. Non esiste etico o non etico, non esiste pietà, non esiste perbenismo. Non è disdicevole montare con l’imboccatura o avere in mano la frusta. Io non contesto né ho mai contestato i metodi dolci. Contesto l’ipocrisia. Perché signori, se mentre monto il mio cavallo in totale libertà (senza testiera, senza collare, senza sella) gli sparano nel culo, sono cazzi amari. Lo strumento di emergenza non ce l’ho perché per quanto un animale sia ben lavorato, quando subentra l’istinto non ragiona più, non c’è addestramento che tenga. Se invece io lo strumento ce l’ho, posso (e anzi, devo) decidere di non usarlo finché non serve. Un’imboccatura può essere utilizzata con due dita o addirittura può stare lì inerte nella bocca del cavallo per un’ora ma all’occorrenza, in maniera fulminea, può nuovamente tornare ad agire, anche solo per un secondo. Cosa c’è di male in questo?

© Il Moralizzatore Equestre / Equestrian Insights – riproduzione riservata; illustrazione di copertina ©EqIn

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Redazione EQIN
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