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Una lunga chiacchierata con Angelo Telatin sull’equitazione consapevole

Una lunga chiacchierata con Angelo Telatin sull'equitazione consapevole

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14 giugno 2019 #focus

Tra i curricula dei numerosi professionisti di relazione naturale con il cavallo – horsemanship – quello del prof. Angelo Telatin è indubbiamente tra i più ricchi e solidi. Il suo percorso di ricerca e studi inizia molti anni fa: erano gli anni ’90, in quel periodo Angelo studiava all’Università di Padova ed era prossimo al completamento degli studi con la stesura della tesi di laurea. Proprio in forza della grande passione e conoscenza dei cavalli, scelse come relatore il professor Mario Zanforlin (scomparso nel 2016), uno dei padri dell’etologia italiana, fondatore della Società Italiana di Etologia, di cui fu Presidente. La tesi dal titolo “Confronto tra le tecniche di addestramento nel cavallo e la Psicologia dell’Apprendimento”, diede inizio alla teoria sull’Equitazione Consapevole di Telatin, che dal 2003 è Professor (PhD) al Delaware Valley College – Equine Science and Management department – a Doylestown, in Pennsylvania, dove oggi fa parte del comitato direttivo del corso di laurea in Studi Equestri. Telatin è anche Fellow (istruttore master) della British Horse Society (per l’esattezza, il 65esimo nella storia): detiene quindi, accanto ai titoli accademici, anche il più alto riconoscimento nel campo dell’istruzione equestre in Gran Bretagna, elargito a coloro che vengono riconosciuti veri ambasciatori degli sport equestri nel mondo e descritto dalla stessa BHS come “gioiello nella propria corona”.


In Pennsylvania Angelo dirige una scuderia di 50 cavalli di proprietà del Delaware Valley College, con più di 200 studenti universitari. Qui i corsi di etologia del cavallo sono supportati dalla pratica quotidiana. Ad ogni studente viene assegnato un cavallo a cui deve insegnare un comportamento, mettendo in pratica le metodologie analizzate e discusse in aula. Periodicamente Angelo rientra in Italia, e dunque ne abbiamo approfittato per rivolgergli qualche domanda.

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[B.S]: E’ stato per te necessario lasciare l’Italia, negli anni ’90, sia per trovare adeguato spazio dove poter continuare a fare ricerca nell’ambito degli studi etologici e comportamentali del cavallo, sia per avere una concreta chance di lavoro in questo ambito. Comparando la situazione italiana di 20 anni fa a quella odierna, cos’è davvero cambiato?

[A.T.]: Scegliere di lasciare il Belpaese è stato obbligatorio, volendo coniugare la professione di istruttore e addestratore all’attività di studio e ricerca, cosa che in Italia allora era impensabile. Da noi cominciavano a muovere soltanto i primi avveniristici passi gli studi sulle psicologie dell’apprendimento animale in ambito accademico, mondo che tuttavia non dialogava con l’esterno. Mi sento di dire che poco è cambiato, in termini di reciproco scambio di conoscenze tra studi e pratiche di scuderia. C’è qualche timido tentativo di approccio e scambio, ma nulla che sia paragonabile alla fondamentale attività integrata che invece si svolge oltreoceano.

[B.S.]: Sei stato tra i primi ad insistere sulla necessità della Comunicazione quale chiave di ogni addestramento, rifiutando qualsiasi pratica coercitiva del cavallo. Secondo te questo principio fondamentale è da considerarsi acquisito oggi, o vi sono ancora delle resistenze?

[A.T.]: Il principio dell’importanza della comunicazione e dello stabilire una corretta relazione con il cavallo a mio parere non è affatto acquisito. Questo non significa che allora si stiano utilizzando esclusivamente e prevalentemente metodi coercitivi. Significa piuttosto che vi è ancora gran confusione. Porto un esempio: per la maggioranza ancora non è chiaro quando, quanto e come il rinforzo cosiddetto “negativo” (la pressione) possa essere utilizzato, specialmente durante il lavoro in sella. Il tempismo e la sensazione nel mantenimento/rilascio della pressione, detto altrimenti il tatto equestre o “finesse” secondo la terminologia parelliana relativa al livello 4 (il più alto tra gli insegnamenti di questa scuola di horsemanship), prevedono appunto l’acquisizione di una elevatissima capacità di percezione della risposta del cavallo da parte del cavaliere in sella, che spesso non c’è perché si è badato molto poco ad imparare gli step di comunicazione precedenti. Dunque, se non so rilasciare o mantenere (quando e quanto necessario) la cosiddetta pressione, finirò inevitabilmente per diventare inefficace o coercitivo nei confronti del cavallo, in un modo o nell’altro. Il tatto equestre si esercita, si impara. Certo, vi è chi è più portato, ma tutti possono imparare questa a mio avviso indispensabile finesse, se si vuole stabilire una corretta e proficua relazione in sella.

[B.S]: Com’è noto, con “horsemanship” s’intende quel metodo naturale di addestramento e gestione del cavallo in cui è primaria la presa di coscienza della centralità della relazione tra l’uomo e l’animale per la pratica degli sport equestri, concezione che deve le sue origini ai suoi fondatori americani Pat e Linda Parelli. Oggi nel mondo sono innumerevoli le correnti e le varianti di metodologie di addestramento che, in un modo o nell’altro, si rifanno e si richiamano all’horsemanship (anche in Italia); secondo te, Angelo, sarebbe opportuno stabilire regole chiare e profili ben definiti per praticare questa attività?

[A.T.]: Parelli e Monty Roberts sono i capostipiti di Scuole che io ritengo esser nate prima di tutto come risposte etiche al fatto di montare a cavallo. Si rese infatti necessario porre al centro la relazione tra questo animale e l’uomo di fronte al crescente rifiuto da parte dell’opinione pubblica dei metodi troppo violenti utilizzati dai contadini americani, proponendo metodologie e pratiche di doma e addestramento che tenessero conto principalmente del suo benessere. In Europa questo non accadde, perché l’influenza delle grandi scuole di monta classica e, non da ultimo, degli insegnamenti del nostro Caprilli, impedirono di fatto lo sfociare diretto nella coercizione e nella violenza degli addestramenti. Successe però qualcosa di altrettanto importante: quando vi fu il boom dell’equitazione, intorno agli anni ’80, le Grandi Scuole non hanno saputo “aprirsi” ai molti che desideravano avvicinarsi a questo sport, e dunque le persone iniziarono ad organizzarsi autonomamente, senza cognitio causa, con cavalli provenienti dai macelli – quelli che non erano zoppi. Senza guida, senza insegnamenti, domavano e si arrangiavano come potevano. Anche in questo caso, l’opinione pubblica e la risposta etica al fatto di montare a cavallo hanno avuto un peso decisivo; solo oggi stiamo pian piano riuscendo a smantellare falsi miti come quello, antropocentrico, dell’assoluta necessità di dominanza dell’uomo sul cavallo. Grazie alla divulgazione delle conoscenze etologiche sugli equidi, sta pian piano penetrando la stessa rivoluzione culturale che abbiamo visto accadere nei confronti dei cani, una volta sfatata la falsa credenza nel “capobranco”, ossia nella gerarchia e dominanza quale presunta regola di ordinamento sociale del branco dei lupi, cui il cane è parente stretto. Svelato il fatto che invece i lupi stessi sono organizzati nel branco con le stesse regole che esistono in qualsiasi nucleo familiare – non c’è nessun leader nel branco, ma esistono diverse mansioni e ruoli, in base all’età e alle competenze dei suoi membri -, scoperto anche che il cavallo è un animale sociale che a sua volta organizza con mansioni e ruoli il proprio branco di congeneri, stiamo incominciando a capire e finalmente a mettere in pratica il linguaggio naturale più corretto per stabilire una relazione proficua con lui.

[B.S]: Quanto tempo hai da dedicare specificamente ai cavalli oggi, dati i molti tuoi impegni connessi alle attività di ricerca scientifica e alla didattica dell’insegnamento ? Le persone ti affidano ancora casi problematici da risolvere?

[A.T.]: Devo dire la verità, mi reputo molto fortunato: monto ed interagisco con i cavalli tutti i giorni. Vuoi perché oltre ai cavalli della scuderia del Delaware Valley College vi sono anche i 40 puledri dell’allevamento, vuoi perchè capita spesso che io salga in sella per mostrare direttamente agli allievi o agli stagisti cosa intendo, vuoi perché ancora mi affidano cavalli con problematiche da risolvere: l’ultimo caso su cui sto lavorando (che mi ha portato anche a tornare a fare salto ostacoli), mi è stato affidato dall’olimpico irlandese Kevin Babington: siamo sulla buona strada, il cavallo sta tornando a saltare come un fuoriclasse, sereno.

[B.S]: Data la tua longeva esperienza sul campo, se ti chiedessimo di indicarci un elenco dei più comuni errori – e conseguenti problemi – che le persone e i cavalieri compiono in sella e non, cosa ci diresti?

[A.T.]: Più che di un elenco, ti parlo dell’errore più diffuso: il cattivo rapporto di tanti cavalieri con le redini, il loro uso incongruo, che porta ad una lunga serie di problemi nel cavallo. Soprattutto per il puledro, che naturalmente sarebbe portato ad allungare il collo, a portare la punta del naso a terra per fare esperienza del mondo (colori, oggetti, fossi ecc.), l’essere sempre costretto in un contatto “finto” (ossia non ottenuto spontaneamente dal cavallo stesso), obbligato da braccia poco elastiche e mani troppo forti e per niente sensibili, conduce all’accorciamento della base del collo stesso e a problemi di ogni tipo, non da ultimo il blocco dell’articolazione sacro-iliaca da un punto di vista biomeccanico. Stesso discorso vale per la quasi totale ignoranza circa la necessaria separazione o indipendenza nell’utilizzo degli aiuti (mani, gambe): c’è tanta confusione: tanti, tantissimi montano contemporaneamente con freno tirato e acceleratore a tavoletta, e nemmeno lo sanno…

© Barbara Scapolo / Angelo Telatin; – riproduzione riservata; foto: youtube ISES

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